Avete mai sentito parlare di Hangouts, Plus, Allo e Duo?

Dei primi due probabilmente sì, degli altri forse, ma molto vagamente. Parliamo di servizi di Google, che per la maggior parte delle persone è semplicemente il “coso dove si cerca su internet”, ma che in realtà è molto di più. Come molte altre società tech, costante è la ricerca di altre attività su cui mettere le mani, vuoi per fidealizzare ancora di più i clienti alla tua piattaforma, vuoi per estorcer loro altri dati personali oppure per vincolarli a pagare un altro abbonamento mensile o imbottirli di pubblicità.

La regina di tutto ciò, se non altro perché è già monopolista indiscussa tra i motori di ricerca e in una posizione di dominio del mercato smartphone con il suo Android, è certamente Google, con i suoi servizi che un po’ tutti noi utilizziamo: dalla casella di posta elettronica, a YouTube, fino al cloud offerto dal suo Drive. Davvero in pochi però usano Google come social o come servizio di messaggistica: in Italia Facebook, Instagram e WhatsApp la fanno da padrone, in altri stati ci sono altri servizi concorrenti, ma da nessuna parte i più utilizzati sono quelli di Google. Servizi che comunque esistono e funzionano abbastanza bene.

È un fenomeno strano, perché parliamo di un’azienda con competenze e fondi praticamente illimitati, e che non chiede un centesimo per l’uso dei suoi servizi. Come mai la gente comune si è buttata in massa su alcuni (vedi la diffusione fulminea di Google Chrome), snobbandone completamente altri (Google Plus, su tutti)? Potremmo dire per abitudine: Google in molti settori è arrivata in ritardo e spesso la gente, una volta che si è abituata ad una piattaforma, fatica a migrare, sia perché dovrebbe imparare tutto da capo, ma soprattutto perché ormai ha cementato i suoi giri di contatti e nel periodo di transizione non troverebbe quasi nessuno sulla nuova piattaforma (che è ad esempio uno dei grandi ostacoli a Telegram, almeno nel nostro Paese).

Ma non credo sia una giustificazione sufficiente: il caso di Chrome o dello stesso Telegram, che comunque di utenti continua a conquistarne un numero sempre maggiore, mostrano due servizi giunti in ritardo, ma che si sono ritagliati uno spazio importantissimo nel panorama. La gente è disposta a cambiare, se ne vede i vantaggi o se viene informata (e spinta) adeguatamente, quindi il sospetto è che per Allo, Duo e colleghi non fosse ben chiaro in cosa questi servizi superassero i rivali delle altre aziende. O interni all'azienda stessa. È il caso di Hangouts, che ho tenuto per ultimo perché racchiude una tendenza di Google veramente incomprensibile dall'esterno: la confusione che semina con i nomi e con i servizi sovrapposti.

Hangouts è un servizio gratuito di messaggistica istantanea e videochiamate, aperto nel 2015. Essendo stato fin da subito integrato in Gmail, ha riscosso un certo successo e, nonostante il nome, è diventato parte del lessico comune di molte persone. Google Allo, invece, è un servizio gratuito di messaggistica istantanea (e per le videochiamate c'è Duo), aperto nel 2016. Non vi preoccupate, la sensazione di déja vù è assolutamente normale: entrambi i servizi sono sviluppati da Google, sono praticamente uno il sostituto dell'altro e non si capisce quale strategia abbia portato a renderli disponibili entrambi contemporaneamente. Non stupisce, quindi, che il pubblico abbia accolto con aria confusa, per quei pochi che se ne sono accorti, questo secondo servizio, clone del primo.

E nessuno si è stupito quando, verso la fine del 2018, ne è stata annunciata la chiusura, poi avvenuta il 12 marzo 2019. Semplificando molto, sembrerebbe che questa azienda, che (ricordiamolo) è tra le 5 più grandi al mondo, di queste competenze e fondi praticamente illimitati non sappia esattamente cosa farsene e che ci troviamo di fronte al classico esempio di "la mano destra non sa cosa fa la sinistra", con questa classe dirigente che sembra vivere in un mondo tutto suo, mentre al piano di sotto il popolo vaga confusamente e non li capisce.