In un’articolo comparso su Focus qualche anno fa, mentre esplodeva la “moda” della Corea del Nord e del suo leader Kim il folle, si esponevano i risultati di una ricerca condotta proprio in quei territori da alcuni giornalisti infiltratisi tra la popolazione. Risultato? Sebbene molti avessero un computer, nessuno utilizzava la nostra rete internet o riceveva news dall’estero (oltre a quelle trasmesse dalla tv di regime) e, oltre alle ovvie conseguenze di un tale isolamento e di una tale propaganda, come effetto collaterale gli increduli intervistatori si erano trovati di fronte a una società profondamente diversa dalla nostra, anche in piccoli dettagli apparentemente insignificanti ma allo stesso tempo cruciali.
In Corea del Nord nessuno sa riconoscere icone mondiali come Topolino, le principali rockstar e i principali brand e prodotti da noi considerati la base della cultura globalizzata. Il che non stravolge il loro modo di vivere, ma ci obbliga a riflettere sulla condizione del nostro Pianeta, attualmente così connesso e caratterizzato da fenomeni veramente globali: prodotti uguali in tutto il mondo, differenze tra le società che vanno via via assottigliandosi, tormentoni e contenuti virali che arrivano dal Giappone o dal Sudamerica e che trovano terreno fertile anche da noi (e viceversa).
Insomma, la Corea del Nord ricorda un po’ la Cuba isolata durante l’embargo e rappresenta una sorta di esperimento sociale di massa non intenzionale. Al di là del valore scientifico e filosofico di tale situazione, il risvolto pratico è ovviamente negativo per il popolo coreano e questo ci lascia giungere ad un'altra riflessione: per quanto si parli di libertà su internet, l’infrastruttura di rete è comunque controllata da pochi soggetti, dotati quindi di un enorme potere. Nel Paese di Kim tale potere si manifesta nella sua forma più totalitaria, con un controllo diretto di ogni contenuto disponibile nella rete internet “privata” della Corea, separata dal resto del mondo. Il che non vuol dire che nelle altre nazioni, esenti da questo isolazionismo informatico, i vari Internet Provider e organismi di governo se ne stiano con le mani in mano: le rivelazioni di Snowden&co parlavano, tra le altre cose, di un controllo abbastanza capillare degli Usa sul traffico internet globale, con la tendenza a concentrare i principali server nel proprio Paese o installare infrastrutture di sorveglianza in paesi alleati (cioè quasi tutto il pianeta).
E se questo, per noi europei ad esempio, non si traduce in un’esclusione diretta da certi contenuti, comunque ci rende vulnerabili e influenzabili, specialmente se di tali tematiche non se ne discute mai o se ne parla come di teorie da complottisti problematici. Che poi, tra l’altro, i confini nazionali su internet esistono anche per noi, anche se per motivi molto diversi da quelli del regime coreano: tra gli innumerevoli esempi potrei citare servizi come Netflix, numerosi social network e i vari store digitali di app e musica che spesso offrono contenuti, funzioni e attuano regole diverse, sia per adattarsi alle leggi di ogni singola nazione, ma anche per andare incontro ai gusti culturali (che è una cosa strana: non dovrebbe, l’utente, essere libero di scegliere cosa guardare dall’intero catalogo?). E spesso anche per motivi economici: la visione di film, programmi, l’ascolto di musica spesso sono legati alla nazione da cui si accede, per questioni di copyright, come ad esempio la visione del sito Rai che è possibile solo se si accede da connessioni italiane. Aggirare questi blocchi è possibile, tramite trucchetti come le VPN, in grado di simulare l’accesso da altri luoghi e nazioni, ma è anche vero che per l’utente comune tale pratica non risulta certo familiare e spesso è fortemente scoraggiata o del tutto illegale (in Arabia Saudita si può rischiare il carcere).
Insomma, tutta questa enorme premessa per mostrare come la rete globale non sia veramente così globale come ci piace rappresentarla, forse anche perché ancora legata a grandi infrastrutture fisiche, server e fasci di cavi che materialmente trasportano i dati da un Paese all’altro, attraversando confini e controlli. In uno scenario del genere si inserisce la solita sparata di Elon Musk che, forse galvanizzato da una serie particolarmente fortunata di lanci della sua SpaceX, pare abbia accennato ad una ipotetica futura rete di 11.000 satelliti per una copertura globale. Un po’ come per il GPS e le chiamate satellitari, solo ad un prezzo più accessibile e dalle potenzialità incredibilmente maggiori: immaginate di avere uno smartphone al pieno delle sue funzioni, qualsiasi sia il luogo in cui vi trovate, persino in aereo in mezzo all’oceano o in una nazione straniera, con la possibilità di accedere ad ogni cosa anche in nazioni come la Cina, dove Google e Facebook non sono normalmente disponibili.
Ma soprattutto immaginate che tale rete non sia in alcun modo ostacolabile e che quindi anche i Coreani del Nord potrebbero tranquillamente navigarci direttamente dalle proprie mani, in modo clandestino certo, ma finalmente libero. Sarebbe la prima vera rete veramente globale!
Completamente nelle mani di un privato, un eccentrico miliardario tanto geniale e simpatico ma a quel punto forse troppo potente.