Fino a qualche anno fa, chi parlava infilando nel discorso termini inglesi senza motivo risultava incompreso ed era giustamente isolato e deriso. Oggi ciò accade sempre più spesso e ci sono ambienti in cui addirittura iniziano ad essere rari i termini in italiano, visto quanto vengono affogati in un mare di frasi fatte, terminologie e metafore prese dal mondo anglosassone.

Sia chiaro, non mi riferisco ai termini tecnici inevitabili, di cui alcuni settori (tra cui ovviamente l’informatica) sono pieni, e di certo non mi troverete tra quelli che insistono per chiamare "topo" il mouse del computer o che tendono ad italianizzare certe cose in modo imbarazzante.

Ci sono ambiti in cui, anche all’estero, l’italiano la fa da padrone: gli americani dicono "Tempo" e "Allegretto", magari con una pessima pronuncia, ma di certo non troveremo cose come “a bit happy” sugli spartiti. Allo stesso modo è giusto che, in altri settori, termini anglofoni o francofoni vengano mantenuti al loro posto.

Però se questo inizia a prendere il sopravvento, senza un'apparente necessità, due domande inizio a farmele. Al di là del pessimo risultato a livello estetico (spesso condito da una scarsa conoscenza delle lingue da parte sia del pubblico che dei relatori e che quindi porta a storpiare in malomodo le povere parole chiamate in causa dall’estero), io mi riferisco più ai motivi dietro a tale scelta, che possono essere tra i più vari, ma che a mio parere spesso ruotano attorno a due principali obiettivi: mostrare un livello di competenza più alto di quello realmente posseduto e cercare di confondere gli interlocutori, di tenerli in qualche modo lontani dal proprio mondo. Mi spiego meglio: il primo caso emerge in tutte quelle situazioni in cui un “professionista in qualcosa” deve parlare del proprio lavoro ai suoi clienti oppure un relatore vuole incantare un pubblico che ne sa meno di lui su una data materia.

L’uso dei termini e delle frasi straniere aiuta a mantenere quell’alone di mistero e a ostentare sicurezza sulle proprie conoscenze, amplificando l’effetto del discorso che altrimenti, tradotto completamente in italiano, risulterebbe assai più banale. Il secondo caso, quello in cui (principalmente grazie all’inglese o al latino) si cerca di confondere, lo vedo molto spesso nel panorama giuridico-politico: non è raro che le persone comuni rimangano confuse e disorientate di fronte alla documentazione burocratica, al punto da dover ricorrere al costoso aiuto di esperti, un po’ in stile Azzeccagarbugli dei Promessi Sposi.

Ma è nel mondo della politica che vedo l’effetto più grave dell’uso sconsiderato di anglicismi e formule complicate: anche in questo ambito che dovrebbe riguardare tutti esse tendono ad escludere una parte di cittadini, spesso la più vulnerabile, la meno giovane e la meno istruita. Un perfetto esempio secondo me sono i nomi di alcune leggi: mentre il Decreto Sicurezza di Salvini è pensato per essere di immediata comprensione, una riforma come il Jobs Act voluto da Renzi sembra, a partire dal titolo, volutamente contorta. Troppo spesso mi è capitato, all’interno di discorsi e dibattiti, di notare difficoltà di comunicazione dovute proprio alla pronuncia o al maggiore sforzo necessario per spiegare il significato di ogni parola. Mentre il fatto che Jobs significhi Lavori è abbastanza risaputo, non è affatto chiaro a tutti che “Act” significhi “legge” e anche se lo fosse resta comunque da capire il perché di questo inutile prestito dal mondo anglosassone.

Un altro perfetto esempio lo trovo in termini, come lo Spread, sbandierati quotidianamente dai telegiornali, ma del tutto privi di una qualsiasi spiegazione tecnica e impossibili da comprendere per il cittadino comune, anche a causa della barriera linguistica. Eppure non costerebbe nulla chiamare una legge sul lavoro “Legge sul Lavoro” o un differenziale tra titoli “Differenziale tra titoli”, non c’è nessuna motivazione tecnica dietro a tali scelte, se non appunto una volontà di mostrare una competenza di facciata e di ostacolare la gente comune. Non solo chi tenta di occuparsi di tali argomenti, ma anche chi tenta di parlarne.