Concentrare il potere, soprattutto economico, nelle mani di pochi o peggio ancora di un unico soggetto è sempre rischioso e porta normalmente all’aumento dei costi, parallelo ad una diminuzione della qualità dei servizi.

In un campo come quello dell’informatica, però, è un fenomeno assolutamente naturale e spesso inevitabile: quasi tutto quello a cui possiamo pensare, che abbia a che fare con software e web, è sostanzialmente un duopolio o comunque una battaglia tra pochissimi sfidanti. A differenza di molti altri mercati, come ad esempio quello automobilistico che conta decine di marchi in competizione tra loro, nel mondo tech ci sono poche grandi realtà, ciascuna con un enorme potere: per quanto riguarda i sistemi operativi fissi abbiamo Microsoft contro Apple, nel panorama mobile Apple contro Google e se parliamo di servizi è più o meno la stessa storia dappertutto.

I social usati da tutti si contano sulle dita di una mano, i siti di e-commerce sono sempre meno, a vantaggio di Amazon, e qualsiasi altro servizio in abbonamento, da Netflix a Spotify ha ben pochi rivali nel proprio settore di influenza. Questo per il semplice fatto che, diversamente dal passato, dove gli oggetti e i servizi erano tutti indipendenti tra loro, oggi è la sinergia e la comunicazione a farla da padrone. Potrei fare migliaia di esempi, ma basti pensare ad un mercato come quello degli elettrodomestici che si sta affacciando alla domotica per capire che ormai non potremo più scegliere lavatrice, tv e frigorifero come ci pare, ma saremo costretti a controllarne la compatibilità tra loro e con il nostro smartphone, tablet, computer, rete di casa e così via.

Che poi, “costretti” magari è una parola grossa, ma il senso è che si sta andando in quella direzione (e nel caso della domotica era anche ora, visti i numerosi vantaggi che porta).

Discorso simile ma non troppo per quanto riguarda i servizi in abbonamento, come quelli di streaming di film, serie e musica: in tal caso ciò che conta è il catalogo di titoli offerti e ciascun marchio punta ad accaparrarsene il più possibile. Anche in questo caso meno sono i giocatori in campo e più ampia sarà l’offerta dei singoli, evitando il proliferare di nicchie in contrasto tra loro, ciascuna con le proprie esclusive: un danno per i clienti che sarebbero costretti ad abbonarsi a troppi servizi diversi, una scelta scomoda e costosa.

Quindi anche per quanto riguarda i contenuti si tende a privilegiare poche grandi piattaforme che fungano da aggregatori: è il caso di Apple, con i suoi cataloghi per AppleTV, ancora poco rilevanti in Italia ma ormai molto diffusi oltreoceano, che offrono la versione moderna degli abbonamenti alla tv via cavo statunitense o a quello che è Sky da noi, ovvero un unico abbonamento che racchiuda tantissimi canali diversi tra loro, anche concorrenti tra loro, ma ad un’unico abbonamento, semplificando di molto la vita ai consumatori.

Il problema è che, come in ogni monopolio che si rispetti, da questo grande potere derivano grandi profitti perché l’azienda che gestisce la piattaforma di aggregazione di contenuti si ritrova in grado di scegliere chi includere e chi lasciare fuori, potendo quindi avviare trattative vantaggiose con chi quei contenuti li produce, e può contemporaneamente scegliere arbitrariamente il prezzo finale, sapendo che gli utenti non hanno molte altre alternative.

Questi due fenomeni stanno emergendo particolarmente in questi mesi, con Netflix e Amazon che silenziosamente alzano di uno o due euro al mese le proprie tariffe e con Apple trascinata in tribunale da Spotify e Kaspersky con l’accusa di favorire, sui dispositivi della Mela, i propri servizi a danno della concorrenza.

Tutto questo perché i sistemi operativi più diffusi al mondo, le piattaforme digitali dei servizi e persino i circuiti di pagamento (i vari Visa e Mastercard) sono oligarchie private a livello mondiale, nonostante rappresentano ormai delle infrastrutture strategiche, al pari della rete stradale o elettrica, che appunto sono più strettamente controllate dai governi democratici. Dato che pensare a realtà popolate da centinaia di marchi, come se fossimo davanti alla corsia dei detersivi del supermercato, è tecnicamente impossibile e sarebbe solo un ulteriore ostacolo al progresso tecnologico, forse la soluzione è proprio puntare verso il consolidamento di poche reti, con standard comuni ma soprattutto con un controllo pubblico e una serie di regolamentazioni che limitino il profitto e il potere delle multinazionali private.

E da questo punto di vista l’Unione Europea è forse l’unico organismo che sta cercando di fare qualcosa di buono, seppur in contrasto con gli interessi di quasi tutte le grandi compagnie che, per motivi geografici, rispondono alle leggi degli Stati Uniti e in particolare della California.

Dai, approfittiamone ora che gli americani sono distratti dal 5G cinese!