L’Italia è il secondo Paese al mondo nella classifica della sanità pubblica: una sola nazione fa meglio di noi e oltre 200 risultano peggiori, o perché si tratta di paesi poveri oppure perché gran parte del loro sistema sanitario è a pagamento.
Anche da noi però, con il passare degli anni, si è assistito ad un’avanzata del settore privato, soprattutto perché capace di garantire tempi di attesa umani. E non è solo il caso della sanità: molti altri settori, in particolare legati al welfare, si stanno privatizzando o stanno aprendo le porte a nuove formule, come quella della pensione integrativa, dove il settore privato va ad affiancarsi al servizio offerto dallo Stato.
In molti casi l’impatto è certamente positivo: ci si trova di fronte a grandi spazi, con molto personale e poca utenza, tutto è nuovo, pulito e luccicante, tutto scorre rapido e senza intoppi. Le varie assicurazioni e pensioni private ci consentono di vivere più tranquillamente, si occupano dei nostri problemi e ci aiutano a risollevarci in caso si venga colpiti da una sfortuna personale o da una calamità naturale. Subito, senza attendere l’intervento dello Stato, lento e approssimativo.
Ma c’è un prezzo, e non parlo del costo economico certamente maggiore, necessario a garantire il profitto di chi in questi settori ci lavora. Parlo del prezzo umano, del fatto che se qualcosa non è garantito come diritto a tutti i cittadini, allora è un privilegio e come tale crea disuguaglianza.
Affidare ai privati parti importanti di sanità, istruzione e infrastrutture finisce inevitabilmente per dare un maggior peso al denaro all’interno della società: i soldi non servono solamente per comprare oggetti e sfizi personali, ma diventano fondamentali per il sostentamento e il soddisfacimento di necessità basilari. Che poi, a pensarci bene, la parola sarebbe anche autoesplicativa: “privato” sottolinea l’esclusività del servizio, proprio nel significato di lasciar fuori qualcuno, quasi a voler indicare che il principale scopo non è offrire di più ad alcuni, ma meno ad altri. Sarà anche per questo che spesso si fa riferimento a tale settore con terminologie accattivanti tipo “Libera Professione” o “Paritario” o il già citato “integrativo”.
Libertà, parità, integrazione: belle parole volte a mascherare queste differenze sempre maggiori tra poveri e ricchi.
Che poi, alla fine, il problema sono gli immigrati, no?