L’obsolescenza, programmata o percepita, è quel fenomeno che tende a far diventare i prodotti obsoleti con il passare del tempo, più di quanto non dovrebbero. Meccanismo spesso incentivato o addirittura pianificato ad arte dalle aziende, con lo scopo di vendere nuovi prodotti in sostituzione di quelli vecchi e generare maggiore profitto. Siamo tutti d’accordo sul fatto che sia un fenomeno negativo, quindi perché questo titolo?
Alcuni anni fa di obsolescenza se ne parlava troppo poco e solo in alcuni ambienti di nicchia, mentre ultimamente è diventato quasi un argomento di moda, con il rischio che il dibattito finisca nelle mani di persone poco informate sull’argomento o con qualche interesse nel cavalcarne certe sfumature.
E sempre più spesso chi si mette a protestare senza approfondire finisce per perdere il senso originale della protesta o per colpire indiscriminatamente qualsiasi cosa non gli vada a genio, senza valutare caso per caso.
Premesso che l’obsolescenza è sempre negativa ed è necessario limitarla con ogni mezzo, ci sono alcuni casi in cui recentemente si è demonizzato tramite questo argomento qualche prodotto o marchio che magari non meritava un simile trattamento.
Due esempi: le auto elettriche e la rivoluzione informatica. Il settore della mobilità alternativa, oggi più in crescita che mai, in teoria non dovrebbe avere detrattori, essendo sostanzialmente un ammasso di benefici corredato da ben pochi aspetti negativi.
Ma come ho già analizzato qualche mese fa, i fanatici dei motori sono più numerosi e agguerriti del previsto, spesso caratterizzati da una mentalità particolarmente infantile, basata sull’emozione più che sui dati statistici.
Questo fa sì che si scatenino quotidianamente dibattiti online, colmi di discorsi complottistici su degli ipotetici interessi delle “lobby green” o in difesa dei motori diesel, simbolo di storia e tradizione.
Non se la passano meglio le multinazionali tech come Google e Apple, che sicuramente si possono attaccare per quanto riguarda l’evasione fiscale, ma che certamente sono all’avanguardia per quanto riguarda l’impatto ambientale, con grandi sforzi in direzione di un mondo più sostenibile. Il problema è che, quando ai manifestanti parte l’onda verde, marchi come quello della mela sono spesso tra i bersagli più appetibili, simboli di multinazionali votate esclusivamente al consumismo, killer del pianeta.
Non dico che non sia vero, ma che se si volesse esprimere un parere bisognerebbe farlo con coerenza e dopo un attento ragionamento, non lasciandosi trasportare dalla pancia: abbiamo tutti in tasca uno smartphone, quindi immagino che chi se la prende con gli iPhone e devasta le vetrine degli Apple Store (come accaduto lo scorso anno in Francia) possegga un telefono prodotto da Samsung, Huaweii o brand simili.
Mediamente la vita di uno smartphone oscilla tra i 18 e i 24 mesi, mentre nel caso specifico degli iPhone si parla di un tempo mediamente doppio, dovuto a vari fattori, tra cui un florido mercato dell’usato e una migliore longevità software.
Parallelamente anche il report ambientale annuale di Apple evidenzia un impegno green certamente maggiore rispetto alle aziende rivali, con un’attenzione particolare alla provenienza delle materie prime, un impiego di energia elettrica proveniente al 100% da fonti rinnovabili e una forte campagna di riciclaggio dei prodotti giunti a fine vita.
Con questo non voglio dire che tali aziende siano esenti da difetti e che non si possa fare ancora di meglio: certamente il progresso tecnologico sta galoppando ad un ritmo troppo elevato per essere economicamente e ambientalmente sostenibile, ma se vogliamo esprimere dissenso cerchiamo almeno di dirigere l’attenzione verso chi si comporta peggio, evitando di denigrare chi fa qualche passo avanti, solo per il gusto di essere anti-sistema, per pigrizia o per ignoranza.