Uno dei quesiti che mi sono sempre posto, guardando prodotti, serieTV e programmi provenienti dagli States, è sulla tematica delle unità di misura: come mai sulle confezioni, nelle conferenze, nel linguaggio comune e in ogni tipo di spiegazione gli americani tendono ad infilare sempre più modi di indicare una misura e numerosi esempi pratici delle grandezze espresse?

Mi spiego meglio: se parlano di un fenomeno naturale o di una catastrofe, tipo un’eruzione vulcanica o lo sversamento di una petroliera, oltre a dire il dato quantitativo si affrettano a dire quante piscine olimpioniche si potrebbero riempire con quel greggio o quante balene peserebbe la cenere emessa se raggruppata tutta insieme.

Lo stesso discorso vale anche nei discorsi comuni o per quanto concerne altre misure, dalle distanze ai prezzi, dal volume alla quantità di popolazione.

Insomma, è un’abitudine diffusa anche in Europa, ma dall’insistenza degli statunitensi mi è sembrato che per loro sia quasi l’unico modo che hanno per esprimersi. Ci tengo a sottolineare il mio sforzo per evitare di derubricare l’intero discorso grazie al cliché degli americani stupidi e ignoranti: io credo nella scienza e limitarsi a dire “cosa ti aspettavi dal popolo che ha eletto Bush e Trump” non mi basta come spiegazione logica.

Ragionandoci su, e curiosando nel mondo accademico degli Usa, sono giunto ad una conclusione abbastanza semplice e d’impatto: per quanto si professino paladini del mondo libero, leader della globalizzazione e modello per la diffusione di prodotti, cultura e stile di vita in ogni altra nazione del mondo, in realtà ci sono alcuni aspetti nei quali gli americani non solo sono molto indietro, ma sono anche del tutto isolati rispetto al resto del mondo. Primo su tutti proprio il modo di indicare le misurazioni.

Gli Usa sono, insieme alla Birmania e alla Liberia, l’unico Paese sulla terra a non avere adottato le unità del Sistema Internazionale, standard comune tra tutti gli altri 200 stati del pianeta. Il che genera principalmente 2 problemi: il primo è che chiaramente tutto ciò che arriva dall’estero per loro va tradotto, oltre che dal punto di vista linguistico, anche dal punto di vista concettuale e numerico.

Il secondo problema è che, a differenza nostra che siamo abituati ad usare un sistema collaudato da oltre un secolo dalla comunità scientifica, gli americani utilizzano una serie di misurazioni non coerenti tra loro, non omogenee e soprattutto non lineari e non sempre decimali. Questo si traduce per noi in un’immediata comprensione delle grandezze, mentre per loro in una cacofonia e anarchia collettiva.

Prendo ad esempio le distanze, ma tale discorso potrebbe essere esteso anche in senso più generico: noi abbiamo il metro, una sola unità per ogni lunghezza, moltiplicato o diviso per decine, centinaia, migliaia, espresse da semplici prefissi, comuni a tutte le unità di misura (milli, deca, centi, kilo ecc.).

Gli americani hanno pollici, piedi, iarde, braccia, stadi, miglia e molte altre, tutte unità tra loro scollegate, con nomi, valori, ambiti di utilizzo diversi e non sempre sovrapponibili.

Sono decine di cose in più da imparare e ricordare e per la stragrande maggioranza delle persone sono difficilissime da visualizzare. La conversione da una all’altra unità è troppo approssimativa e talvolta impossibile senza l’uso di una calcolatrice, quindi di fatto molte persone risultano intrappolate nel valore che viene loro fornito e non sono pienamente in grado di comprenderlo e utilizzarlo al meglio nei vari ragionamenti. Questo non solo favorisce le incomprensioni accidentali, ma anche quelle legate al marketing e alla pubblicità, con slogan sensazionalistici basati sulla percezione soggettiva delle quantità e non su reali dati scientifici.

A peggiorare le cose si aggiunge un sistema di leggi che varia tra Stato e Stato, anche per quanto riguarda ad esempio la fiscalità: i prezzi tendono ad essere pubblicizzati esentasse a livello federale, per poi ritrovarseli “gonfiati” da quello che corrisponde alla nostra Iva, che da loro oscilla tra il 2 e il 12%.

Insomma, la più grande società consumistica del pianeta si deve confrontare quotidianamente con un problema di comunicazione insormontabile, che vede il suo picco massimo di gravità proprio nel momento della scelta più importante, quello degli acquisti.

A questo punto direi che gli americani non sono intrinsecamente stupidi, ma nel corso della loro storia si sono certamente autosabotati in maniera molto molto efficace.