È da mesi che ragiono sulla recente esplosione del fenomeno ecologista in Europa e nel resto del mondo, da molti attribuita a figure come quella di Greta, ma è un argomento molto complesso e delicato e ho sempre deciso di rimandare.

Fino a quando, nel suo discorso particolarmente utopico e demagogico, il premier Conte non ha tirato fuori dal cilindro il Green New Deal. Ora: negli Stati Uniti di sta roba se ne parla da anni ormai, specialmente tra le fila dei Democratici e in particolare grazie a figure come la giovane deputata Ocasio Cortez. Ma dagli americani una mossa del genere me la aspetto, voler trasformare la propria economia verso un sistema più verde nel nome, ma senza rinunciare di colpo all’estremo benessere e ai consumi assurdi che il loro stile di vita impone, capisco che vogliano fare un passo alla volta.

Ma il recende boom dei verdi nel Vecchio Continente lascia un po’ più perplessi, specialmente in Paesi come il nostro dove, se è vero che a livello partitico il boom non c’è stato, a livello di società il tema ecologico è entrato prepotentemente e con grande rapidità. E ovviamente superficialità. Quando qualche mese fa i media di tutto il mondo e le varie persone comuni si sono improvvisamente messi ad idolatrare la piccola Greta che salverà il mondo, ho immediatamente pensato a come si dovevano sentire in quel momento le centinaia di scienziati, esperti e climatologi che queste cose le dicono da decenni e vengono costantemente ignorati e derisi.

Non ho nulla contro la Thumberg, sia chiaro, anzi ne ammiro il coraggio e la determinazione, ma noto anche del pericolo negli effetti che un fenomeno del genere, specialmente nell’era Social in cui siamo, porta con sé. Ora più che mai è pieno di finti-ecologisti, che si sono convertiti sostanzialmente per moda e che curano, ovviamente, molto di più l’aspetto rispetto alla sostanza. Mesi fa parlai dei vari consumi occulti, di come sentirsi soddisfatti nel chiudere il rubinetto mentre si lava i denti non basti, se tale comportamento viene ad esempio vanificato dall’acquisto di un paio di jeans nuovi o dall’eccessivo consumo di carne.

Bene: quello che vedo ora è l’esplosione in ogni settore di questo fenomeno, in massa, spinto spesso dal mercato stesso e da alcune pubblicità con prodotti che ammiccano, farciti di verde, di “Eco” e di alberi.

Ma spesso l’effetto sul pianeta è addirittura dannoso: quanta gente ho sentito parlare di nuovi acquisti green, di sostituzione di prodotti con altri più ecocompatibili, salvo scoprire che magari sarebbe stato molto più green rimanere con quello che avevano ancora un po’, senza rincorrere nuovi acquisti, nuovo consumo di risorse e ulteriore produzione di rifiuti.

Quello che temo in seguito è che questa moda, tanto rapida nell’imporsi, sarà altrettanto effimera e capace di sparire in breve tempo, lasciando spazio alla moda successiva e ad ulteriori consumi. E poi dai, come si fa ad essere ottimisti quando ci si trova davanti ad una pubblicità della CocaCola che mette in bella mostra la propria borraccia in alluminio da collezione, ottenibile dietro pagamento di 8,90€ (non proprio regalata, insomma) e il paradossale acquisto di una bottiglietta in plastica della bibita? Con l’aggravante che come slogan si sono appropriati del motto, sacro agli ecologisti, delle 3R, ovvero “Reduce, Reuse, Recycle”, ma storpiandolo in nome del consumismo in “Refresh, Reuse, Recycle”.

Cioè, la parte che gli faceva comodo è stata mantenuta, ma quella che avrebbe indotto il consumatore a spendere di meno è stata sostituita da una che induce il consumatore a spendere di più, e per giunta da loro. Geni del male.