Su Facebook, come su quasi ogni social network, esiste la possibilità di bloccare un utente a noi sgradito, di cancellare i suoi post lasciati sul nostro profilo o i commenti sotto alle foto da noi pubblicate.

Le Pagine e i Gruppi hanno un simile livello di controllo dell’utenza che li pascola, con un team di amministratori dotati di questi ed altri poteri. Questa è una delle basi della convivenza su internet, un luogo dove chiunque può potenzialmente fare qualsiasi cosa, spesso protetto dall’anonimato o comunque meno consapevole delle conseguenze reali dei suoi gesti.

Insomma, è più facile che qualcuno cerchi di diffamare la pagina Facebook di un’attività commerciale, rispetto a farlo fisicamente imbrattandone la vetrina con una bomboletta alle due di notte, perchè ci vuole meno fatica ed è molto più difficile essere perseguiti. Ben vengano quindi i vari strumenti che le piattaforme ci offrono per tutelarci dai vari soggetti fastidiosi, violenti o insistenti che popolano la rete, anche se non a tutti è ben chiaro il funzionamento di tali strumenti e persino Facebook stessa non è perfettamente in grado di gestirne al meglio gli effetti.

Mi è capitato qualche settimana fa, mentre girovagavo con il mio profilo fake, di imbattermi in una discussione con un esponente della Destra locale, smentendone alcune delle solite notizie false e prive di fondamento che personaggi del genere sono soliti diffondere. Dopo un breve e (da parte mia) pacato botta e risposta, probabilmente incapace di controbattere ulteriormente con dati inventati che non possedeva, tale persona ha deciso di bloccare il mio profilo, eliminandolo quindi dai suoi amici e impedendo qualsiasi ulteriore contatto tra noi due. Ma se pensava di aver così “vinto” la disputa… beh, purtroppo aveva ragione.

Il problema nasce dal momento che, una volta bloccato non sono stato più in grado di vedere i commenti scritti dall’altra persona, comprese le risposte che io avevo dato fino a quel momento: l’intero scambio di battute era sparito dalla mia esperienza Facebook, senza che io potessi più modificare, eliminare o controllare in alcun modo anche i post scritti da me in quella discussione.

Sottolineo “dalla mia esperienza su Facebook” perchè è importante ribadire che tutto quel materiale continuava ad essere perfettamente visibile agli altri utenti del social, come se io avessi improvvisamente deciso di smettere di risponderle per codardia o perchè incapace di controbattere. Per fortuna ho avuto la possibilità di sbirciare la discussione grazie al mio profilo “vero” e, dopo aver appurato che era ancora tutto lì, ho contattato l’amministratore della pagina sul cui terreno si era svolto lo scambio, persona disponibile che mi ha ascoltato e si è preoccupata di rimuovere i miei commenti e quelli del mio “avversario”.

Non avrei raccontato questo banale aneddoto, questa vicenda che mi capita in realtà abbastanza di frequente, se non fosse per parlare di due temi ben più importanti dei miei battibecchi social: prima di tutto ho riflettuto sul fatto che l’esperienza sui social network inizia ad essere difficile al punto da necessitare di almeno un profilo di riserva, che sia esso un secondo profilo o il profilo di un nostro amico fidato che ci lasci sbirciare, dato che a causa di blocchi e personalizzazione dei contenuti da parte della piattaforma, il nostro Facebook è diverso da quello che vede ogni altro utente.

Questo espone chi non si pone questi problemi, o non ne conosce a fondo le meccaniche, a numerosi rischi, tra cui quello di rimanere escluso inconsapevolmente da alcuni contenuti che credeva di poter vedere, ma anche di essere frainteso, che il proprio messaggio diffuso sui social arrivi agli altri in modo diverso da come era partito. E resta il problema della scarsa istruzione riguardo a strumenti e funzioni, quindi fatico a capire come un utente comune dovrebbe essere in grado di arrivare da solo a un simile grado di consapevolezza.

Il secondo tema fondamentale è che, finché tale giochetto rimane confinato ai rapporti tra singole persone, a livello di società e collettività non si generano particolari effetti, ma c’è da considerare che questo livello di censura esiste anche per le grandi pagine, dotate di strumenti molto più selettivi e mosse da gruppi di decine di professionisti del settore.

In un Paese, il nostro, dove l’informazione ormai passa più dalle pagine ufficiali dei partiti politici che dai mezzi stampa tradizionali, questo fenomeno può risultare molto determinante in numerose situazioni.

Un breve ma chiaro esempio: la pagina di Matteo Salvini, da oltre 3 milioni di fan, ha deciso di inserire nella lista delle parole vietate, che nessun utente può scrivere in post e commenti lasciati su tale pagina, le parole “49” e “milioni”, per evitare proteste e dissenso da parte di chi volesse ironizzare sulle vicende giudiziarie del partito. Il che ha scatenato una fantasiosa protesta da parte degli utenti, determinati a far capire il concetto con metafore, immagini o perifrasi. Molto divertente, ma il problema principale resta: un utente che non sia al corrente di tali limitazioni e censure, non vedendo proteste e contestazioni si convincerà che il leader della Lega abbia un consenso ben più ampio di quello reale, avendo solo una visione limitata su una realtà volutamente e precisamente distorta.

E il problema è che se provi a spiegarglielo ti danno del fanatico, complottista, comunista. Ah, e ti bloccano, ovviamente.