Ogni Democrazia è democratica a modo suo e nelle differenze tra le varie forme di governo, numero di Camere e poteri del Presidente si nascondono i dettagli che ne rendono alcune forse migliori di altre.

Ma uno degli aspetti più curiosi dei vari Paesi è la serie di leggi che in ciascuno stato regola il modo in cui i cittadini scelgono i propri rappresentanti politici: da noi si parla di riforma della legge elettorale praticamente da quando esistono le elezioni, ma ogni volta che si forma un nuovo governo è pieno di contestatori che parlano di “Presidente non eletto dal popolohh!!”, cosa che conferma la grande ignoranza che molti hanno sul tema.

Fortunatamente ci sono anche molti cittadini ben informati sul nostro sistema, ma la cosa che mi ha sempre fatto riflettere è la quasi totale assenza di persone che ne sono soddisfatte: anzi, spesso più si è esperti riguardo alla legge elettorale e più si è critici riguardo alla sua efficacia. Io stesso ho numerose perplessità, ma quando provo a ragionare su quali miglioramenti si potrebbero apportare mi ritrovo sempre a chiedermi quanto senso abbia che il voto di milioni di cittadini sia di fatto mediato ed alterato da formule matematiche, spesso scelte appositamente dai partiti per favorire la propria coalizione.

Mi rendo conto che un sistema senza alcun controllo e approssimazione numerica sarebbe impossibile, al limite dell’anarchia, ma è anche vero che con l’interferenza attuale talvolta si arriva a situazioni paradossali. Tra gli esempi più celebri non posso non citare gli Usa, che negli ultimi 20 anni sono riusciti ad eleggere per ben 2 volte il candidato meno votato alle presidenziali, o il caso dell’Italia dove, tra Porcellum e Rosatellum, alla fine i partiti di centro-destra risultano avere una rappresentanza parlamentare maggiore rispetto ai voti espressi dai cittadini, scarto che viene sottratto in genere al centro-sinistra e ad altri partiti minori, penalizzati per diversi motivi, ma sempre con una certa costanza.

Insomma, gli “errori” sono frequenti, spesso dovuti alla suddivisione in collegi, che porta con sé una forte approssimazione, spesso legati ad una ricerca di governabilità e stabilità, che da noi restano un miraggio ancora molto lontano. C’è poi il problema della soglia di sbarramento e della rappresentanza delle minoranze, il voto in Alto Adige e un miliardo di altre questioni su cui non vorrei dilungarmi. Vorrei invece tornare a parlare di uno degli aspetti secondo me più importanti: il contatto con i cittadini, la base, il popolo.

Se ancora oggi abbiamo una percentuale di schede bianche e nulle non indifferente, continui problemi ai seggi, un’altissima astensione e tante, troppe persone tutt’ora convinte che il Presidente della Repubblica sia un impostore perché non eletto dai cittadini, direi che c’è qualche problema.

Tolta la questione della mancanza di educazione civica e dell’evidente diffusione dell’analfabetismo funzionale e non, credo che una parte di responsabilità ce l’abbia anche il sistema elettorale, che credo dovrebbe essere il più possibile trasparente e semplice, per poter venire incontro anche alla parte più semplice dell’elettorato.

Insomma, le elezioni dovrebbero essere a prova di stupido, sia la parte che sta all’interno del seggio, sia la parte che si svolge dopo, a Roma, tra gli eletti. Perché se è vero che chi aizza le folle parlando di sovranità popolare, ma dimenticando sistematicamente di citare la seconda metà dell’Articolo 1, lo fa per convenienza personale, è altrettanto vero che la legislazione italiana, più ancora di quelle di altri Paesi, favorisce questi giochetti linguistici, interpretazioni e fraintendimenti.

Insomma, se il tutto fosse molto più condensato e chiaro, più diretto, più trasparente, pulito da ogni orpello ed eccezione, questo non farebbe sparire completamente gli elettori ignoranti, delusi e rabbiosi, ma favorirebbe certamente una partecipazione più attenta e forse anche più convinta. Capisco che le priorità, quando si costruiscono le leggi, siano altre, ma penso che il tema della “comprensione da parte del cittadino” sia troppo spesso ignorato, con i risultati che vediamo. In conclusione porto un esempio che mi ha incuriosito e sollevo un dubbio a cui non ho saputo dare una risposta: il caso Australiano.

Nella terra dei canguri il sistema elettorale prevede il ballottaggio istantaneo, un metodo che garantisce un candidato vincitore, senza dover richiamare gli elettori alle urne per un secondo turno. In pratica, semplificando molto, il voto non viene espresso con una singola preferenza sul nome scelto, ma viene effettuato stilando una classifica di tutti i candidati di tutti i partiti, in ordine dal preferito fino a quello più sgradito. È obbligatorio segnare un numero di fianco ad ogni simbolo, pena l’annullamento della scheda.

Questo genera una serie di curiose conseguenze, oltre ovviamente a quella di avere due turni in uno: prima di tutto si dice abitualmente che non vince il candidato preferito, ma quello meno sgradito, ribaltando il concetto di voto inteso come preferenza e portandolo più vicino a quello che da noi viene definito “voto utile”. Senza dover rinunciare al proprio partito di riferimento, perché magari senza speranza di superare la soglia di sbarramento, è possibile avere la certezza di non aver sprecato il proprio voto, qualsiasi sia il risultato, cosa che a me sembra molto interessante.

Un’altra delle conseguenze, però, è il frequente accordo tra partiti, che avviene con una serie di “amicizie” tra forze politiche che decidono di consigliarsi vicendevolmente ai propri elettorati, in modo da aumentare le proprie possibilità. In pratica i partiti non solo danno indicazioni di voto per sé stessi, ma chiedono ai propri sostenitori anche di far avanzare in classifica i propri vicini di schieramento o possono addirittura coalizzarsi contro una forza specifica, chiedendo di relegarla in fondo alle varie classifiche degli elettori. Con ovviamente il risultato che i vari volantini elettorali risultano più complessi delle schedine del Totocalcio e che le operazioni di voto in cabina risulteranno per forza di cose molto più lunghe, dovendo abbinare un numero ad ogni partito della scheda, e complesse, dovendo ricordare non solo il proprio partito, ma ogni singola formazione candidata. Spero sia permesso portare dei bigini da consultare.

Il dubbio mio è se un sistema complesso come questo potrebbe mai funzionare da noi, anzi il dubbio vero è se i cittadini australiani si sono effettivamente abituati e questa macchinosità non vada ad influenzare negativamente le loro elezioni, escludendo magari i cittadini meno capaci, di fatto, dal diritto di voto.

Insomma, mi chiedo se esista un equilibrio tra complessità necessaria e trasparenza irrinunciabile, e se questo equilibrio vari tra Paese e Paese.

E se ha senso ricercarlo nel momento in cui si pensa ad una nuova legge elettorale, magari mentre in piazza la gente urla “Poltrone! Poltrone!”.