Presentati alcune settimane fa, il Pixel 4 e il Pixel 4XL sono i due telefoni prodotti direttamente da Google e quindi considerati la massima espressione di Android sul mercato. Negli scorsi anni, i precedenti modelli dei Pixel si sono sempre distinti per l’ottima fotocamera e soprattutto per le funzioni del software esclusive e perfettamente integrate con l’hardware, poiché sviluppati insieme, potremmo dire “in stile Apple”.
Quest’anno, però, alcune scelte del produttore hanno generato un certo malcontento tra gli appassionati e tra i recensori di tecnologia, al punto che sono arrivate numerose richieste a Google, costretta a rispondere e a giustificarsi su Twitter per cercare di arginare la polemica. Stiamo parlando di Smartphone di fascia alta, intorno ai 1000 euro di prezzo di listino, in diretta concorrenza con gli iPhone, i top di gamma di Samsung e in generale il meglio del settore: tutti prodotti che negli ultimi due anni sono stati in grado, per quanto riguarda la qualità video, di spingersi fino al 4K a 60 frame al secondo, un formato che, se escludiamo le dimensioni ridotte dell’obiettivo, potrebbe essere considerato di qualità cinematografica. Era quindi più che naturale aspettarsi questa opzione anche sui nuovi Pixel di quarta generazione, almeno sulla carta dotati di tutte le caratteristiche tecniche necessarie.
Ma all’effettivo lancio sul mercato le registrazioni video risultavano limitate al gradino inferiore, di fatto condannando il modello di Google in fondo alla lista, superato dai rivali. Gli utenti si sono interrogati per giorni sulle motivazioni dietro a tale scelta, del tutto arbitraria e all’apparenza controproducente, fino a quando la risposta ufficiale non ha chiarito ogni dubbio, lasciando però ancora maggiori perplessità: “dato che gli utenti utilizzano per la maggior parte video con risoluzioni inferiori, abbiamo deciso di non “attivare” il 4K a 60fps che genera video dal peso di 500MB ogni minuto.” Questa è una dichiarazione che molti avrebbero attribuito a Steve Jobs (in passato molto criticato proprio per la scarsa libertà e possibilità di scelta che tendeva a lasciare agli utenti finali) e che quindi stona sonoramente se attribuita a Google, da sempre paladina di una filosofia diametralmente opposta.
Non che abbiano torto, sia chiaro: se devo giudicare nel merito della dichiarazione sono il primo a dire che in effetti una simile qualità video è inutile per il 99% dell’utenza e che il suo peso enorme porta solo problemi, soprattutto considerato che c’è ancora una scarsa cultura per quanto riguarda l’archiviazione digitale.
È altrettanto vero, però, che la soluzione non deve certo essere quella di eliminare totalmente tale opzione, con un hardware che permetterebbe di sostenerla senza problemi, andando a colpire quindi anche quell’eventuale 1% che l’avrebbe effettivamente usata con consapevolezza. In ogni caso questo problema rientra nel più ampio fenomeno che in questi ultimi anni ha visto la tecnologia avanzare a grande velocità, inserendo più funzioni di quelle che gli utenti siano effettivamente in grado di imparare ed utilizzare. Con il risultato che in questa confusione a volte si arriva a prendere queste decisioni controverse, mettendo paletti apparentemente ingiustificati, al solo scopo di impedire alla gente di prendere le scelte sbagliate o per evitare che rimanga disorientata davanti ad una serie di menu troppo lunghi e dettagliati. Questo tema sarà approfondito prossimamente, dato che gli esempi in merito sono decisamente abbondanti e talvolta curiosi.
Ora tornerei sulla delusione generale provocata dalle scelte di Google, perché ce n’è un’altra, sempre in ambito fotografico, che continua tuttora ad animare il dibattito sul web: l’archiviazione su Cloud.
Google Foto è un servizio di archiviazione di fotografie e video su Cloud, disponibile per chiunque tramite il sito e l’applicazione per cellulari, caratterizzato sostanzialmente da due diversi piani: il primo, gratuito, consente di caricare le proprie foto in formato compresso, illimitatamente, mentre il secondo piano offre uno spazio per archiviare foto e video in qualità originale, senza compressione, pagando un abbonamento mensile di alcuni euro, in base allo spazio occupato.
La maggior parte delle persone non nota differenze e sceglie il piano gratuito, caricando tonnellate di foto personali senza farsi domande su come funziona la magia della nuvola, ma per i fotografi e gli appassionati, che alla qualità tengono particolarmente, il piano a pagamento risulta una scelta obbligata.
All’annuncio del precedente modello di Pixel veniva sottolineato che l’acquisto del telefono avrebbe dato diritto ad uno spazio illimitato su Google Foto, per gli scatti in qualità originale, gratis a vita. La notizia venne accolta con particolare entusiasmo dagli appassionati e sembrava scontato che l’iniziativa sarebbe continuata anche con i nuovi modelli di quest’anno. Ma Google, probabilmente resasi conto di quanto gli utenti si fossero rivelati più golosi di risorse rispetto al previsto, ha recentemente deciso di tornare sui suoi passi e di non includere più il piano illimitato con l’acquisto del telefono. Fin qui lo “scoop” sarebbe durato per meno di un pomeriggio, ma la beffa che è saltata fuori poco dopo, ha peggiorato la situazione.
Una piccola premessa: due anni fa Apple introdusse un nuovo formato per le foto, chiamato HEIC, in sostituzione dell’universale JPEG conosciuto e usato da tutti: l’obiettivo era quello di dimezzare il peso dei file, mantenendo invariato il dettaglio degli stessi, grazie ad una compressione più efficiente e più innovativa.
Bene: dato che il formato HEIC è supportato anche da Google Foto, per i possessori di iPhone è possibile caricare i propri scatti sulla nuvola di Google, grazie al piano gratuito, senza che essi vengano compressi ulteriormente, perché il formato di Apple è già il più efficiente possibile.
Insomma, all’atto pratico risulta che qualsiasi prodotto della mela ha, di fatto, il vantaggio che Google aveva incluso con il suo telefono pubblicizzandolo come conveniente ed esclusivo. Ed ora che tale offerta non esiste più assistiamo ad un ulteriore paradosso: Google dà agli utenti Apple addirittura più vantaggi e privilegi rispetto ai propri stessi clienti, poiché in difficoltà nel gestire il formato della concorrenza.
L’intenzione dell’azienda è ovviamente quella di porre rimedio a questo autogol di marketing, ma per ora la situazione è questa e non sembra che ci siano particolari cambiamenti in vista, almeno nel breve periodo.
Quel che è certo è che ora Google rischia la leadership nel settore fotografico, che sembrava inattaccabile anche solo fino a qualche settimana fa.
E non sarebbe la prima volta che la multinazionale tech getti alle ortiche uno dei suoi successi: gli appassionati sono tristi ed Apple gongola.