Negli scorsi decenni i giornali italiani parlavano della cosiddetta Anonima Sequestri e dei suoi pericoli. Al contrario non ci sarà nulla di pericoloso nel tema di oggi, ma di sicuro parlarne maggiormente sarebbe utile a tutti e quindi eccomi qui. Tra i servizi web che citerò ci saranno esempi provenienti da entrambi i due gruppi più grandi a livello mondiale, ovvero Amazon e Google.

Inizio con lo spiegare il perché del titolo; penso che la chiave di tutto questo articolo stia nei nomi e per cercare di spiegarlo proverò con questa provocazione: cosa viene in mente pensando a questi due marchi? Verrebbe da dire acquisti online per Amazon e ricerche sul web per Google, il che sarebbe anche corretto, ma non basta.

Il fatto è che alcune delle attività, vuoi per importanza o per ragioni storiche, nel corso degli anni hanno finito per confondersi con il nome delle rispettive società, con la conseguenza che comunemente è difficile far capire quando si parla dell’azienda e quando di uno dei suoi servizi, specialmente se non si tratta di quello di punta.

E la lista è incredibilmente lunga: per Google, ad esempio, parliamo di decine e decine di servizi diversi, dai ben noti Youtube, Maps e Gmail, fino ai meno conosciuti Google Play, Google Drive, Google Docs, Google Calendar, Google Assistant, Google Chrome, Google Music, Hangouts, Blogger, Google Keep… Gran parte dei quali sono comunque quotidianamente utilizzati da centinaia di milioni di persone, seppur inconsapevolmente. Bene, dove sta il problema? Prima di tutto il fatto che i nomi siano tutti delle varianti di Google certamente non aiuta, anche se questo dovrebbe almeno chiarire che fanno tutti parte della stessa famiglia e che quindi all’utente basta un unico profilo.

Ma evidentemente non funziona, e la società stessa ha ancora difficoltà nel rendere uniformi e graficamente coerenti tutti i servizi: il risultato è che per la maggioranza delle persone essi risultano ancora indipendenti l’uno dall’altro e spesso vengono creati diversi account o viene vista con grande difficoltà l’adozione di un “nuovo” servizio, quando in realtà si tratterebbe solo di sfruttare funzioni che già fanno parte del proprio portafoglio di strumenti. Un altro fenomeno è sicuramente quello di non essere a conoscenza dell’esistenza di tali possibilità, persino quando sarebbero certamente utili per l’utente o quando addirittura le sta già pagando, ma senza sfruttarne i vantaggi.

In questo caso chiamo in causa Amazon per comodità, ma il discorso potrebbe valere per tante altre piattaforme, Google compresa. Amazon propone il piano a pagamento annuale denominato Prime: una quota fissa, quasi invisibile se spalmata nel corso dell’anno, che permette l’accesso ad una serie di servizi. La quasi totalità degli utenti si ferma al negozio online, dove l’account Prime dà accesso a sconti e promozioni esclusive, ma soprattutto alle spedizioni gratuite in un giorno lavorativo o anche entro meno di un’ora, per chi abita in città.

Molti meno sanno che in tale abbonamento è compreso l’intero catalogo di Prime Video, un servizio di streaming on demand, in stile netflix per intenderci, con un catalogo di film e serie tv che spaziano dai grandi classici, sia italiani che esteri, fino alle produzioni più recenti, molte delle quali in esclusiva. Il tutto organizzato comodamente e senza spendere un centesimo. Sempre nello stesso account sono inclusi anche 5 euro di contenuti ogni mese su Twitch Prime, piattaforma di streaming orientata verso i videogiocatori, è incluso l’abbonamento ad Amazon Prime Music, tipo Spotify per intenderci, ad un prezzo più vantaggioso, sono inclusi alcuni e-book per il Kindle (lettore di libri, prodotto sempre da Amazon) e anche qui l’elenco dei servizi collegabili potrebbe protrarsi a lungo.

Ma la domanda rimane: in un mondo dove il cliente, anche giustamente, non vuole o non ha il tempo di andarsi a cercare da solo tutte queste possibilità, come si potrebbe fare ad aumentare la consapevolezza su come queste enormi piattaforme funzionano e quali opportunità hanno da offrire? Verrebbe da pensare che ad Amazon convenga così, con milioni di clienti che pagano anche per servizi che non sfruttano, ma questo non spiega gli enormi sforzi di marketing per diffondere le proprie serie tv, con pubblicità piuttosto dirette del tipo “sei abbonato per avere le consegne gratis? Hey, guarda che hai anche le serie, approfittane!”

Insomma, sembrerebbe che entrambe le parti abbiano da guadagnarci, eppure siamo ancora molto indietro. E forse non è solo un problema di nomi…