Quanti di voi sanno cos’è un “profilo commemorativo”? Immagino pochi. Ma immagino anche che in futuro molte più persone dovranno, purtroppo, farci i conti. Si tratta di uno strumento di Facebook che permette agli amici e ai parenti di qualcuno che sia recentemente venuto a mancare, di trasformare il suo profilo privato, ormai silenzioso, in una modesta pagina dove chi vuole può lasciare un saluto, un fiore, un pensiero o un messaggio che potremmo definire sostitutivo del manifesto funebre appeso in paese o alla porta di casa. Messa così sembrerebbe solo una moderna forma di Lapide 2.0, cosa che alcuni potrebbero trovare superficiale e irrispettosa, mentre per altri potrebbe essere vista come un piacevole accorgimento da parte del Social Network per una particolare esigenza in una situazione delicata.
Analizzando meglio il fenomeno, però, ed allargando un po’ il discorso si possono incontrare altre riflessioni. La più importante riguarda sicuramente la privacy. Se si vuole utilizzare la funzione proposta da Facebook, ovvero la trasformazione del profilo in un account commemorativo, è necessario prepararsi per tempo, nominando alcuni eredi, ovvero account di parenti stretti o amici fidati. Essi non potranno accedere alle informazioni private del defunto, ad esempio ai messaggi scambiati in chat, nè potranno manipolare a piacimento le sue informazioni: potranno solamente modificare l’immagine di profilo e scrivere una specie di epitaffio virtuale. Ma stiamo parlando di un caso piuttosto raro: chi si mette a nominare eredi in ogni servizio che lo consente (Oltre a Facebook abbiamo Twitter, Google e i maggiori Social)? Siamo sicuri che tutti sappiano come agire nel caso in cui si ritrovino ad essere eredi di qualcuno? Insomma, nella maggior parte dei casi si ricorre a metodi più semplici o ci si limita a lasciare le cose così come sono, aspettando che siano i gestori del sito a rendersi conto dell’account inattivo per poi provare a contattarlo e procedere infine alla sua rimozione. C’è anche chi lascia le proprie password nel testamento o semplicemente le tiene scritte in un’agenda personale che, ovviamente, diviene disponibile ai suoi congiunti dopo la dipartita. Di fatto è quel che accadeva in passato: in un’epoca in cui le chiavi erano fisiche non c’era diario segreto, cassetta di sicurezza o altro nascondiglio che potesse resistere anche in seguito alla scomparsa del proprietario. Ed è anche per questo motivo che oggi possiamo leggere le lettere e gli scritti personali dei grandi poeti del passato, senza che loro siano necessariamente consenzienti. Oggi è invece possibile, per chi ha le giuste competenze tecnologiche, stabilire che i propri dati spariranno insieme alla propria vita, conservando i segreti potenzialmente per sempre. Al di là del fatto che questo ricorda un po’ il Mazzarò di Verga che tenta di uccidere le sue anatre esclamando “roba mia vientene con me!”, si tratta di un concetto nuovo, molto interessante: la tecnologia accorcia le distanze fisiche, ma manipola anche quelle temporali e permette di poter portare avanti le proprie volontà e continuare a mantenere i possedimenti anche ben oltre la propria vita terrena, nel bene e nel male. Se è vero che c’è chi si rifiuta di dormire nel letto del morto, è pur vero che la sua macchina, i suoi mobili, la sua casa e quasi ogni altra cosa di cui lui non ha più bisogno, possono passare di mano e continuare a risultare utili per qualcuno. Per i dispositivi tecnologici questo non è sempre possibile: in mancanza delle credenziali personali in grado di sbloccarlo un moderno smartphone è soltanto un costoso fermacarte e con esso rimangono bloccati anche tutti i software acquistati, dai giochi ai programmi, fino ai dati quali video e fotografie. Abituiamoci ad abbandonare i cari e vecchi album di famiglia, con le foto del nonno al mare a 6 anni. Un altro esempio delle possibili conseguenze negative si è concretizzato recentemente, con i vari portafogli virtuali di Bitcoin: c’è chi ha distrattamente perso la password e si è trovato senza la possibilità di accedere al suo stesso denaro (e lì è colpa sua), ma c’è anche chi avrebbe voluto lasciare il patrimonio ai figli, ad esempio, ma ha conservato troppo gelosamente la propria chiave e ha finito per portarsela con sè, lasciando tutti con in mano un pugno di mosche. Questo perché quando si raggiunge una certa età è abbastanza normale pensare al “dopo”, mentre chi se ne va mentre è ancora giovane potrebbe non essersi mai posto il problema. Ma soprattutto: i Social, le piattaforme digitali e la tecnologia in generale, sono tutte realtà ancora troppo nuove per entrare nell’abitudine delle persone, soprattutto per quanto riguarda un argomento come questo, spesso ancora tabù o comunque difficile da affrontare. Per il momento tutto ciò che è virtuale viene ancora percepito come finto o in un certo senso come qualcosa che non è reale (nonostante le sue implicazioni siano più che reali). In futuro ci si abituerà a considerare con più serietà la tecnologia, soprattutto quando arriverà il momento di andarsene per coloro che sono nati in questi ultimi decenni e hanno vissuto gran parte della vita online. Magari ci saranno alcune leggi da adattare, sicuramente ci saranno ragionamenti etici da affrontare. Noi tocchiamo ferro, eh, ma in fondo cosa ci costa portarci un po’ avanti?