In Italia sono circa 8000, sparsi su tutto il territorio, di dimensioni estremamente variabili e con caratteristiche e peculiarità tali da non averne nemmeno due simili tra loro.

O forse no.

Parliamo dei Comuni, l’espressione del Pubblico più vicina ai territori e ai cittadini, l’ultimo anello della maglia che si estende dal Governo centrale di Roma, attraversa regioni e province, fino alle realtà locali. Alcuni si affacciano sul mare, altri sono circondati solamente da alte montagne, alcuni contano un numero di abitanti appena sufficiente a creare la giunta dei consiglieri, altri contano i propri cittadini in milioni. Alcuni non hanno nemmeno una scuola, altri ospitano prestigiose università, alcuni non hanno neanche un medico di base, in altri sorgono numerosi enormi ospedali. Eppure tutti devono offrire una serie di servizi base ai propri abitanti, hanno una serie di compiti da svolgere e devono vigilare su determinati ambiti. Parliamo ad esempio dell’anagrafe: registrare nascite, morti, matrimoni, trasferimenti, ottenere documenti come la carta d’identità... sono tutte operazioni svolte dai comuni. Stesso discorso vale per i servizi scolastici, l’arredo urbano, le strade, molte tasse locali, le multe dei parcheggi, i permessi per costruire o modificare le abitazioni, i registri delle attività commerciali e produttive. Tutto passa attraverso i comuni, un mare di dati, di soldi, di informazioni, di documenti ufficiali e di persone che richiedono un servizio o che sono chiamate a svolgere un dovere. Viste le marcate differenze territoriali e le ridotte dimensioni medie (la maggior parte dei comuni è inferiore ai 3000 abitanti) soprattutto in passato ogni realtà locale si è un po’ arrangiata nel trovare un modo tutto suo di adattare le norme provenienti dai lontani governi centrali e, soprattutto dove le rivalità tra vicini creavano quel fenomeno che viene chiamato campanilismo, la tendenza a collaborare con i propri simili non è mai stata troppo forte. Ma i tempi sono cambiati: oggi per fornire servizi efficaci è quasi obbligatorio aderire a una rete sovracomunale, condividendo infrastrutture come gli acquedotti e organizzazioni come quelle che si occupano della raccolta dei rifiuti. Non solo: con l’avvento dell’informatica non bastava più che moduli e procedure si somigliassero da comune a comune; ora devono essere esattamente le stesse e non può più funzionare come una volta, quando molto si basava su accordi personali e regole non scritte, inventate per convenienza a livello locale. Ora i database sono più rigidi, in modo da eliminare le incompatibilità che impedirebbero di farli interagire tra loro e in modo da evitare che, nei comuni dove la buona volontà dei singoli impiegati viene meno, il sistema collassi su se stesso, lasciando i cittadini scoperti. Questo almeno in teoria. Nella pratica ci sono le solite vecchie questioni: il personale che rifiuta di aggiornarsi, i soldi che non bastano mai e un’altra serie infinita di fattori che frenano l’innovazione, portando spesso al paradosso che lo stesso lavoro dev’essere svolto migliaia di volte in più, e sicuramente molto molto peggio rispetto a come potrebbe essere. Il caso più evidente è certamente quello relativo ai siti internet delle amministrazioni e in generale su tutta quella che è “l’interfaccia” che mostrano all’utenza. Una città come Milano è migliaia di volte più popolosa di molti comuni agricoli che sono disseminati per il resto della Pianura Padana e ha certamente esigenze diverse rispetto a loro. Ma l’homepage del suo sito web potrebbe benissimo essere strutturata nello stesso modo, al massimo potremmo adattare caso per caso le singole sezioni specifiche. Almeno avremmo un’unica grafica, ben fatta, riconoscibile, ufficiale. E invece no, ogni comune ha il suo sito, programmato in autonomia, ciascuno con il suo stile (spesso decisamente raccapricciante e antiquato), ciascuno con le sue funzionalità: in alcuni comuni sul sito si può pagare la mensa scolastica, in altri si può controllare il ritiro dei rifiuti, in altri ancora si può segnalare una buca... I servizi e il modo in cui vengono erogati varia da sito a sito ed è una babele, sia informatica che linguistica, in cui il cittadino rischia di perdersi. Ma non solo: questo genera un’altra lunga serie di svantaggi, legati alla programmazione. Se un nuovo regolamento nazionale prevede che sul sito del Comune venga pubblicato, che ne so, il censimento delle fontanelle pubbliche, ogni singola amministrazione dovrà contattare un informatico o comunque occuparsi in autonomia di creare tale sezione del sito, con uno spreco di risorse che va moltiplicato per 8000 rispetto a un singolo intervento, effettuato una volta sola da Roma, se il modello base del sito fosse condiviso da tutti quanti. E questo è solo un esempio generico, di uno degli aspetti meno importanti della vita comunale: per quanto riguarda i dati sensibili, l’anagrafe, gli archivi dell’edilizia e delle attività commerciali la situazione è ancora più grave, visto che parliamo di una mole impressionante di informazioni, coperte da privacy e in totale disordine. Quando si parla della lentezza della burocrazia nel nostro Paese si passa anche da queste cose: un banale cambio di residenza o il trasferimento di un piccolo negozietto trasformati in operazioni lunghissime, in cui i dati vengono richiesti più volte, generando ritardi, errori, duplicati... Insomma, un disastro. E quindi? Come mai nessuno sembra mai preoccuparsene?