Girovagando per alcuni blog di tecnologia, mi sono capitate tra le mani alcune discussioni in merito all’abbassamento di qualità dei servizi di streaming, chiesta in queste settimane dall’Unione Europea per evitare di far collassare internet nel periodo di quarantena.

Si è parlato molto della carenza di mascherine, delle code chilometriche davanti ai supermercati e della difficoltà nel garantire a tutti l’accesso ai beni di prima necessità. Prima di tutto, tra smart-working e lezioni virtuali, ci si è resi conto che internet è ormai una risorsa essenziale, così come lo sono la corrente elettrica, l’acqua e il metano per il riscaldamento domestico, il che ha ovviamente aperto alcuni dibattiti sul perché la “bolletta del telefono” subisca un trattamento diverso dalle altre.

Poi alcuni si sono accorti che, esattamente come per l’infrastruttura sanitaria, anche la rete internet non era stata studiata per far fronte a un picco di utilizzo imprevisto, o meglio, che un po’ di margine c’era, ma che senza interventi, se tutti avessero cercato di sfruttare il 100% della propria banda nello stesso momento, sarebbe potuto crollare tutto.

Un po’ come quando, al culmine di una crisi economica, tutti i correntisti si precipitano in banca a ritirare il proprio denaro, scoprendo che nel caveau non ci sono effettivamente quei soldi (e dando probabilmente fuoco all’edificio).

Se per i posti in terapia intensiva si sono costruiti ospedali da campo che fanno tornare la mente alla Seconda Guerra Mondiale, per la rete internet non sono stati tirati ulteriori cavi o innalzate antenne temporanee, ma si è agito in un modo che ricorda più la situazione della folla inferocita davanti all’istituto di credito da me descritta poco fa, fortunatamente senza fiamme e risse.

Il “trucco” è che chi gestisce la rete, i legislatori e le grandi multinazionali tech sono stati in grado di coordinarsi e di venirsi incontro, nell’interesse di tutti (anche perché, al di là del disservizio per i cittadini, senza rete si sarebbero persi miliardi di dollari), agendo alla fonte, in modo quasi impercettibile per la maggioranza dei clienti.

Come avevo accennato in un articolo di alcuni mesi fa dal titolo "5G, la Tav in tasca”, la principale causa del crescente traffico di dati è da imputare al consumo di contenuti video, responsabili di oltre il 70% dei bit scambiati in giro per il mondo. Con l’esplosione dei vari servizi di streaming, ormai a tutti gli effetti alternativi alla televisione tradizionale, questo traffico è ulteriormente cresciuto negli ultimi anni e il periodo di quarantena forzata per centinaia di milioni di persone non ha fatto altro che aggravare ulteriormente la situazione. Risulta quindi chiaro che un intervento volto a diminuire sensibilmente il peso del traffico video era l’unica soluzione in grado di evitare il collasso della rete, ma sarebbe stato tutto inutile se si fosse cercato di ridurre il numero di video scambiati dagli utenti.

Ma come fare? Imporre dei limiti anche all’attività in casa avrebbe certamente scatenato rivolte, sarebbe stato difficile da monitorare senza applicare protocolli da regime totalitario e anche affidarsi alla buona volontà dei singoli avrebbe prodotto effetti dal peso irrilevante.

Si è rivelata molto efficace, invece, l’idea di ridurre la qualità dei video, in modo più o meno percettibile da parte degli utenti, garantendo un consumo minore di dati senza togliere nè ridurre alcun servizio.

L’annuncio è stato fatto più o meno in contemporanea da Netflix, Youtube, Prime Video e altri servizi di streaming, seppur con alcune leggere differenze: la maggior parte è andata ad agire sul bitrate, ovvero sulla densità di informazioni dei video, aumentando l’aggressività della compressione dei file e ottenendo così delle immagini dalla stessa risoluzione ma leggermente meno dettagliate. Nessuno ha avuto da ridire, prima di tutto perchè alcuni di questi servizi (ad esempio Youtube) sono gratuiti e la gente tende a lamentarsi di meno se non ha pagato, ma anche perchè in molti non se ne sono proprio accorti: un occhio non allenato fatica a notare la qualità delle immagini, specialmente se guarda il video per il suo contenuto più che per la forma (ed è il motivo per cui vanno molto di moda le stories fatte da persone famose con il proprio cellulare: la qualità è terribile, ma tutti vogliono vedere Ligabue che suona la chitarra dal salotto di casa sua, quindi va bene così).

E Netflix? In questo caso sono emersi 2 problemi: il primo è che hanno deciso di rendere non disponibile il 4k, ma solo risoluzioni inferiori. Questo ha portato a un cambio anche a livello di sigla, di numerino, cosa che in molti hanno notato (anche se poi di fatto non credo sarebbe stato così evidente, visto che il FullHD è comunque ottimo, specialmente sul televisore del salotto). Ma il problema principale è che Netflix si basa su un abbonamento che costa di più se si vuole accedere alle risoluzioni più alte: con questa limitazione chi pagava il piano più completo si è ritrovato di fatto con lo stesso servizio di chi stava nella fascia inferiore e qualcuno ha trovato naturale lamentarsi e chiedere un rimborso della differenza e visto che parliamo davvero di una manciata di spiccioli c’è anche chi si è indignato per una così profonda avidità, anche di fronte a persone che stavano soffrendo e morendo, in questo periodo così difficile. Insomma, da un piccolo dettaglio tecnico che quasi nessuno avrebbe notato si è generata una discussione etica di proporzioni incredibili e che al momento non è ancora giunta ad una vera soluzione.

È giusto restituire la differenza ai clienti cui viene limitato il servizio? C’è chi sostiene di sì, c’è chi si è detto disponibile a devolvere in beneficienza l’eventuale rimborso e c’è chi si è affrettato a deridere queste persone, sottolineando che non saranno quei 2 o 3 Euro a cambiare il mondo.

Una polemica apparentemente senza via d’uscita, ma che ha comunque il merito di aver portato alla luce alcuni fatti che ormai non si possono più ignorare: lo streaming è un fenomeno sempre meno di nicchia e sempre più importante nella vita delle persone, un po’ come lo sono state la televisione e la radio nello scorso secolo.

Quindi occhio a come vengono gestite queste realtà, a chi prende le decisioni e a che effetti ci portano tali scelte, perché la nostra società ne è influenzata più di quanto sembri.