Lo scorso anno si è parlato molto della polemica nata attorno alle e-limpiadi, una versione elettronica delle olimpiadi, che in origine erano in programma per quest’anno a Tokyo, prima che la Pandemia rimandasse tutto al 2021. Alla gente piace polemizzare, scannarsi per far prevalere la propria opinione, soprattutto se si tratta di argomenti sportivi, un po’ come se la competizione dovesse essere presente sia nel contenuto che nella forma della discussione. Già quando era stato annunciato il Surf come nuova disciplina olimpica per Tokyo 2020 in molti avevano storto il naso, così come ciclicamente ci si chiede un po’ tutti che senso abbia dare le medaglie d’oro per cose tipo il Dressage, o perché, a questo punto, non includere anche gli scacchi e il paracadutismo. Per ora nessuno si era ancora azzardato a tirare in ballo i videogiochi, anche perché il mondo dei brufolosi nerd che se ne stanno in casa davanti a uno schermo sembrava non poter avere alcun punto in comune con gli sportivi, quelli muscolosi, sempre in gruppo, all’aria aperta a far lavorare il fisico. Negli ultimi anni, però, le competizioni e i tornei internazionali nel mondo videoludico sono cresciuti a dismisura, con montepremi da decine di milioni di dollari e vere e proprie squadre di professionisti, con sponsor, divise, tifoserie e qualsiasi altra cosa vi venga in mente che sembri tratta dal mondo del calcio o della Formula 1. È emerso il punto in comune, l’anello olimpico di congiunzione, tra sportivo e videogiocatore: la competizione. Si lotta per eleggere il campione mondiale, l’uomo più forte in una specifica disciplina, per la fama e per la ricchezza. Con metodi molto diversi, ma tutto sommato non troppo distanti: allenamento, preparazione, coesione delle squadre, coach, staff tecnico, diete studiate appositamente e prospettive di carriera. Quello che resta un tabù è la parola “Sport”, che per il momento porta ancora con sé il sudore e la fatica dello sforzo fisico, più che di quello mentale, e che quindi in pochi osano pronunciare in merito a dei giochi elettronici. Penso che il fraintendimento derivi dal fatto che nel nostro stereotipo un po’ tutti ci immaginiamo lo “sportivo” come colui che ha una dieta sana e un corpo proporzionato, uno stile di vita corretto e in salute, mentre il videogioco è ancora molto avvolto in un’aura negativa, di trascuratezza di sé, di cibo spazzatura, di abitudini pigre e nocive. Prima di tutto ci tengo a precisare che in entrambi i casi i problemi nascono con l’eccesso e che personalmente fatico a non considerare malato chi passa la propria vita solamente a curare ossessivamente il corpo, e finisco per metterlo alla pari di chi pensa che la forma fisica vada del tutto trascurata. Anche evitando di considerare i più fanatici dei bodybuilders e limitandoci agli sportivi professionisti, quelli perfettamente sani, credo che tutto ciò abbia poco a che fare con la salute del fisico: quando finisci per fare di una certa disciplina la tua ragione di vita e la tua professione è chiaro che l’allenamento e le energie vengono dirette al raggiungimento di certi traguardi pubblici, al superamento degli avversari e a tutto quello spettacolo che ne consegue. Credo non ci sia niente di male a considerare i calciatori, i tennisti di fama mondiale, i piloti e tutti quei campioni olimpici che vediamo in televisione sullo stesso piano di attori, musicisti e altri artisti più in generale. Li chiamiamo sportivi, ma la loro vita si concentra intorno allo show e al pubblico che li segue, più che sulla cura del proprio corpo, alla salute di sé stessi. Vista sotto questa prospettiva, mi sembra molto meno scandalosa di quanto sembri al primo impatto la proposta di ufficializzare i campionati di videogiochi in una specie di versione parallela delle Olimpiadi, o almeno il loro ampliamento a più forme di competizione che includano anche la sfida mentale e non solo quella muscolare. Magari il problema sta nel nome, nel significato che la gente attribuisce a certe parole, a certi concetti e a certe abitudini culturali, ma c’è da dire che la pandemia che ha fermato i Giochi di Tokyo ha anche spinto verso una maggiore attenzione mediatica verso gli e- sport, disputabili in tutta sicurezza anche in questo periodo e che molti hanno trovato tutto sommato gradevoli da seguire, in mancanza di quelli “veri”. Chissà cosa rimarrà di questa esperienza quando torneremo alla normalità, anche se di fatto parliamo di un processo avviato già da tempo e ormai inevitabile. Preparatevi a seguire con maggiore passione gli e-sport e le e-squadre! (Ok, necessitiamo decisamente di un lessico più adatto)