La vita media di un telefono Android è di 18 mesi circa, mentre per gli iPhone questa cifra si attesta tra i 2 ed i 3 anni. La maggior parte della gente, quindi, tende a cambiare telefono ben prima che esso perda il supporto software, smetta di ricevere gli aggiornamenti o diventi obsoleto, ma sono comunque in molti a possedere un device più vecchio, magari grazie al mercato dell’usato o semplicemente perché non hanno avuto fretta di sostituirlo e sono riusciti a trattarlo con abbastanza accortezza. In ogni caso, prima o poi arriva per tutti quel momento in cui sembra inevitabile dover comprare un modello più recente, vuoi perché dotato di nuove funzioni, vuoi perché quello che si possiede sembra meno performante rispetto al momento dell’acquisto. Ovviamente l’obsolescenza giova alle aziende e non mancano pratiche più o meno truffaldine per cercare di mettere fuori combattimento i telefoni più datati, favorendo il ricambio e le vendite: sta alla magistratura e ai governi proteggere i propri cittadini, multando e limitando le scorrettezze delle aziende. Il 31 maggio c’è stata l’ennesima sentenza del Tar del Lazio riguardo alla gestione delle batterie degli iPhone più vecchi, che sostanzialmente aveva portato Apple già anni fa a dover comunicare in modo più trasparente lo stato di salute delle batterie e a scontare il costo per la loro sostituzione, soprattutto in caso di eccessivo logoramento. Parliamo di questioni delicate, in cui è importante che lo Stato si preoccupi per i suoi cittadini, affinché non vengano influenzati dalle multinazionali tech, dotate oggi di grande potere. In un mondo come quello a noi contemporaneo, dove la tecnologia sta entrando sempre più nella società e nelle vite delle persone, ci rendiamo sempre più conto che rimanere al passo non è più solamente una questione di moda o di interesse di nicchia di appassionati del settore, ma è una questione di sopravvivenza e di necessità di accesso ai servizi fondamentali: lo vediamo con la scuola, con lo smart-working e all’interno della sanità. Ora che ci addentriamo nella seconda parte della Fase 2, la tecnologia sarà anche usata per il monitoraggio dei contatti e per tentare un contenimento dei contagi tramite l’ormai nota app Immuni, prodotta per conto del Ministero della Sanità italiano e basata su una serie di strumenti messi a disposizione da Apple e Google, legate in questo caso straordinario in una collaborazione molto importante. Bene: per quanto riguarda il mondo Android la situazione è come sempre abbastanza caotica e non mi ci addentro nello specifico, mentre nel mondo di iOS le regole sembrano più semplici, ma ci sono un paio di considerazioni da fare piuttosto rilevanti. Solo gli iPhone rilasciati dal 2015 in poi risultano aggiornabili all’ultima versione del sistema operativo (iOS 13), ma Apple continua a garantire aggiornamenti anche per i dispositivi con iOS 12, ovvero gli iPhone del 2013-14, e sta lavorando per portare anche ad essi le funzionalità necessarie al tracciamento. Questo consentirebbe ad oltre il 95% dell’utenza di essere inclusa nel programma (che ricordiamolo ha senso solo se diffuso in maniera capillare), mentre se ci limitassimo ai soli iPhone più recenti la percentuale in Italia sarebbe inferiore al 70%.
In questo caso Apple sembra farci una buona figura, garantendo un supporto decisamente più ampio rispetto agli standard ed obbligando una percentuale davvero minima della popolazione a sostituire il proprio telefono per poter utilizzare gli strumenti sviluppati contro il Coronavirus. Paradossalmente, però, il Governo italiano sembra essere scivolato in modo molto meno elegante: nel momento in cui scrivo l’app Immuni richiede come requisito la presenza di iOS 13, limitazione di ben due anni più stringente di quella imposta dalla casa californiana (la parte evidenziata in verde chiaro rappresenta questa differenza). Forse si tratta di una decisione temporanea o di un problema che verrà presto risolto, ma se le cose dovessero rimanere come sono ora avremmo questa inversione di ruoli: l’acquisto anticipato del nuovo telefono sarebbe reso necessario da una scelta di un ente governativo, contraria a quella della multinazionale di riferimento, accusata e multata da quello stesso governo, con motivazioni molto simili, giusto qualche giorno prima. Un casino. Quello che emerge da questa vicenda, al di là dell’ovvia mancanza di coerenza dei vari soggetti, è che sviluppare software e servizi su larga scala non è un’impresa semplice, soprattutto se di questa portata e in tempi così brevi. C’è sempre da trovare un compromesso tra potenzialità e privacy, tra efficacia e copertura della popolazione, senza lasciare indietro funzioni necessarie, ma anche cercando di escludere meno cittadini possibile. Per consentire l’applicazione dei diritti fondamentali l’ideale sarebbe quello di non escludere nessuno, ma sembra chiaro che garantire a tutti il ricambio del proprio dispositivo è oggettivamente molto difficile. Diciamo che fino a quando questa spinta proveniva dalle aziende tech aveva anche senso combattere la causa, ma ora che l’obsolescenza è, di fatto, imposta dal Ministero della Salute, il tutto inizia a barcollare un po’. (C’è da precisare che l’App non è ovviamente obbligatoria per legge, né è richiesta per fruire di determinati servizi o per potersi spostare: chiunque è libero di attivarla o di non interessarsene, senza conseguenze per il singolo. Ma è chiaro che gli sforzi, se questa è la strada scelta, devono concentrarsi sulla massima diffusione per poter apprezzarne l’efficacia. Al momento pare che l’app non funzioni su gran parte dei dispositivi Huaweii, da noi molto diffusi, e su un numero casuale di modelli di smartphone Android, anche a causa dell’eccessivo numero di versioni del sistema operativo e della diffidenza degli utenti nell’installare gli ultimi aggiornamenti, dove disponibili. Detto in gergo tecnico è una bella gatta da pelare... speriamo bene.)