Sarà capitato a tutti di scattare qualche fotografia con la fotocamera del tablet e fin qui non c’è niente di male, in fondo se hanno messo una fotocamera ha anche senso che venga usata. In teoria lo scopo dovrebbe essere quello di scansionare al volo un documento o un appunto scritto a mano, fotografare una scena per ricordarla, magari perché in quel momento il tablet è il primo strumento a portata di mano. Nella pratica capita di imbattersi in un visitatore al museo o in un fan al concerto rock della propria band preferita intento a brandire uno schermo da 10 o 12 pollici e a zoomare come se avesse in mano una reflex.
Partiamo dal presupposto che chi agita le fotocamere ai concerti non è mai una presenza gradita, specialmente se si mette a filmare un’intera canzone; se poi lo fa con uno schermo grande il triplo e con una qualità audio/video molto inferiore direi che è persino peggio. Parlo di qualità perché una delle cose che più mi infastidisce non è il gesto in sé, ma il senso che dovrebbe esserci dietro: mediamente le fotocamere e i microfoni dei tablet sono molto meno performanti rispetto ai cellulari, quindi non è solo questione di rendersi ridicoli ad andare in giro con in mano un tagliere per salumi, ma è una scelta stupida anche e soprattutto per quello che è il risultato degli scatti, visto che come detto poco fa non sarebbe quello lo scopo originale dei tablet.
La domanda sorge quindi spontanea: perché mai qualcuno dovrebbe utilizzare un oggetto per uno scopo diverso da quello per cui l’ha comprato, considerando la scarsa praticità e i risultati qualitativamente inferiori?
La risposta che spesso si ottiene è che sullo schermo più ampio le foto sembrano migliori, cioè che sostanzialmente usare un tablet dà una soddisfazione più immediata: con una macchina fotografica professionale si dovrebbe guardare attraverso un piccolo mirino, aspettare di tornare a casa ed esportare le foto su un computer per ottenere lo stesso appagamento, almeno per l’utente medio. Sì, c’è un abisso in termini di qualità, ma in effetti, ad un occhio poco allenato o ad una persona a cui non interessa la bellezza dell’immagine ma solo il suo contenuto, questo aspetto non fa nessuna differenza perché, al di sopra delle caratteristiche oggettive, conta la soddisfazione soggettiva.
Sulla base di questo meccanismo, ma in un contesto completamente diverso, nel corso degli anni ‘90 si è combattuta la cosiddetta “Guerra del Volume”: con la diffusione dei CD nel mercato di massa, le case discografiche si sono rese conto che le persone preferivano le registrazioni più rumorose ed hanno innescato una scalata alla ricerca del volume più alto. Il problema è che l’ampiezza delle registrazioni ha i suoi limiti e per aumentare il livello sonoro si deve sacrificare la ricchezza della gamma dinamica: spiegato in maniera brutale, in pratica l’onda sonora viene “schiacciata verso il soffitto”, rendendola più piatta e più povera, ma più forte nel suo complesso.
Ovviamente c’è chi ha avuto da ridire, audiofili e artisti in primis, ma questa tendenza non si è mai invertita ed è particolarmente palese se si confrontano le rimasterizzazioni di brani degli anni ‘70 e ‘80 riproposte nelle raccolte e nei ‘Best Of’ degli ultimi 25 anni. Il mercato e il gusto della massa hanno prevalso, portandoci ad un panorama musicale di qualità mediamente inferiore rispetto al passato, sebbene alcuni gruppi abbiano cercato di mantenere un certo standard, come ad esempio la band metal Iced Earth che è arrivata a scrivere sulle confezioni dei propri dischi il seguente messaggio: "Questa è una registrazione dinamica metal! Ascoltala ad alto volume! (Ci rifiutiamo di rovinare le nostre produzioni comprimendole all'eccesso e masterizzandole a volumi ridicoli! Ciò uccide la vibrazione e la dinamica del mix. Alza il volume dello stereo e basta!)"
Insomma, molte persone devono essere aiutate, con consigli educativi o limitando quelle che sono le pratiche dannose che la gente tenderebbe naturalmente a portare avanti, anche se si tratta di un discorso molto impopolare, che tenderà sempre a scontrarsi con chi sostiene la libertà di poter utilizzare come vuole “le sue cose”.
E di fare le foto con un iPad, se questo lo rende felice, in fondo de gustibus non disputandum est.