No, non parliamo di buone abitudini, come salutare i vicini di pianerottolo o non buttare i rifiuti per strada. Parliamo di smartphone e degli effetti positivi derivanti dall’abituarsi all’utilizzo delle varie loro funzioni.
Io insisto sempre nel sostenere che l’informatica, a differenza di molti altri settori, è piuttosto aperta a chi vuole imparare da autodidatta: in fondo, se il sistema operativo e le app non sono scritti con i piedi, le varie opzioni risultano abbastanza intuitive, i bottoni solitamente hanno una spiegazione sensata e i simboli sono semplici ed immediati. Se si vogliono cambiare le impostazioni della tastiera bisogna andare in Impostazioni e poi in Tastiera, dove si troveranno delle diciture come “Maiuscole Automatiche” e “Controllo Ortografia”, tutto sommato piuttosto autoesplicative.
Insomma, per compiere un’operazione come appunto abilitare l’autocorrezione non è necessario conoscere il sistema, ma si può andare a logica, un passaggio dopo l’altro, e raggiungere l’obiettivo in pochi secondi, anche su un dispositivo mai visto prima. C’è chi segue questa logica per tutta la vita, magari perché non è interessato a memorizzare i passaggi e imparare come usare il proprio cellulare, e tutto sommato “andare per tentativi” è un sistema che funziona.
Chi invece usa spesso certe funzioni o è un appassionato di tecnologia, tende a imparare le varie mosse e scorciatoie per fare più in fretta: si arriva al punto di poter fare le cose ad occhi chiusi che, al di là dell’effetto scenico di stupire gli amici, ha un’utilità pratica: se conosco con precisione la sequenza di passaggi so anche cosa aspettarmi e tendo ad anticipare i movimenti dell’interfaccia, portando il mio dito o il puntatore del mouse esattamente nel punto in cui apparirà il bottone da premere, preparandomi mentalmente a digitare quello che voglio inserire prima ancora che faccia la sua comparsa il campo di testo e così via.
Possono sembrare dettagli ininfluenti, ma saltare un paio di secondi per ogni operazione, alla lunga produce un risparmio di tempo non indifferente e permette di essere incredibilmente reattivi in molte situazioni in cui questo può davvero fare la differenza. Alcuni esempi potrebbero essere il saper spegnere la sveglia o mettere in silenzioso la suoneria al volo, magari al cinema o in un altro contesto simile, oppure il saper attivare e regolare la fotocamera per cogliere un istante che altrimenti si perderebbe.
Non parliamo di casi di vita o di morte (beh, beh, voi sapete chiamare i servizi di emergenza tenendo il telefono in tasca? questo potrebbe effettivamente salvarvi la pelle...), ma sono comunque automatismi che migliorano la vita, che rendono lo smartphone e il suo utilizzatore un duo ancora più potente ed efficace. Perché il tandem si muova con agilità, oltre all’utente esperto, o sarebbe meglio dire “abituato”, è necessaria anche una macchina all’altezza, sia per quanto riguarda l’hardware sia relativamente al software.
Questo spiega perché molte persone comuni non comprendano il senso di sostituire pc e telefoni ancora funzionanti, che all’apparenza non sembrano lenti o limitati, ma che agli occhi di un esperto risultano zoppicanti.
Nel mondo del gaming questo fenomeno viene portato all’estremo, perché si ragiona in termini di millisecondi e di singoli pixel, soprattutto nei giochi competitivi caratterizzati da azioni frenetiche. Ma anche per quanto riguarda un uso base di un cellulare, la stessa attesa di qualche secondo per il caricamento di una pagina o la transizione da un menù ad un altro, possono risultare impercettibili per alcuni e profondamente frustranti per altri. Insomma, non tutti hanno le stesse necessità e non tutti sono in grado di produrre lo stesso risultato con la stessa rapidità. Il mondo è bello perché è vario, e proprio da queste differenze e specializzazioni deriva anche il lavoro di alcuni professionisti del settore, quindi ben venga che alcuni si allenino più di altri. Parlo di allenamento e di abitudine perché alla fine parliamo di coordinazione occhio-mano e di una precisa mentalità che si sviluppa con l’esperienza e la ripetizione nei mesi e negli anni. Cosa che può essere vista come una perdita di tempo per alcuni e come un traguardo per altri.
Concludo però con una riflessione: ho parlato di software prestante, non solo di hardware aggiornato, e mi sono sentito in dovere di specificare all’inizio di questo articolo che, per essere intuitiva, un’app non dev’essere scritta con i piedi, dato che purtroppo queste non sono cose scontate.
Anzi, capita spesso che i programmi e gli interi menù dei sistemi operativi siano mal progettati, cambino di continuo, senza una particolare logica, e distribuiscano le varie opzioni in modo totalmente incoerente: per alcuni utenti questo non fa differenza, perché per loro sarebbe una giungla in ogni caso, ma per chi si affida alla propria abitudine e ad un certo schema logico questo “stile” di programmazione infila sostanzialmente un bastone tra le ruote. E se certi software o programmi, che sembrano usciti dal medioevo informatico, continuano ad esistere è solo perché, alla fine, a gran parte della gente non interessa essere prestanti nell’usare il proprio dispositivo; anche se, a pensarci bene, arriveremmo tutti alla conclusione che insistere per una migliore programmazione, il radicamento di una serie di automatismi comuni e di buone abitudini e convenzioni andrebbe a vantaggio di tutti.
Sia di coloro che saprebbero sfruttarle per migliorare ulteriormente la propria esperienza, ma anche di quelli che, affacciandosi per imparare, si troverebbero con un ostacolo più semplice da superare per poter anche loro accedere alle comodità dell’abitudine e della libertà di essere indipendenti.