... ma è “almeno uno non”.
Ieri sono stato al bar e c’erano 10 persone: tutte stavano bevendo un caffè.
Ad un mio amico è successo il contrario: è stato al bar e nessuno dei presenti stava bevendo un caffè.
In apparenza la logica dietro a questo breve racconto sarebbe inattaccabile, ma dietro ad un esempio semplice come questo si nasconde una serie di variabili ben più grande di quanto possa sembrare al primo sguardo.
Proviamo con un altro esempio, prendendo in prestito sempre il bancone dello stesso bar: ci sono due tazzine, una è piena di caffè, mentre l’altra non è piena di caffè. Una tazzina si trova nella condizione opposta rispetto all’altra, ma questo non ci dà molte informazioni su cosa contenga la seconda tazzina, in realtà non ci dice nemmeno se contenga effettivamente qualcosa: potrebbe esserci dell’aria (cosa che normalmente indichiamo come vuoto), potrebbe esserci del tè verde, potrebbe esserci un fondo di caffè, dell’infuso di cicoria macchiato a parte con latte di mandorl... di tutto, insomma. E ciascuna di queste opzioni rientra nel contrario di “piena di caffè”.
Tornando all’esempio iniziale, se diciamo che, delle 10 persone nel bar, non è vero che tutte stessero bevendo caffè, stiamo negando, ribaltando, invertendo la sentenza iniziale. Ma non stiamo fornendo ulteriori informazioni sulla situazione: potrebbero esserci state 10 persone che bevevano acqua di rubinetto, che non stavano bevendo niente, ma potrebbe anche essere che in 9 bevevano caffè e una no. Insomma, interpretando in modo logico e binario la prima affermazione, i due possibili casi opposti tra loro sono Tutti bevono caffè e Almeno uno non beve caffè.
Sembrerà una banalità trascurabile, un cavillo, una pignoleria, e molti potrebbero pensare che questo modo di esprimersi non servirà mai loro nella vita quotidiana, ma bisogna considerare un paio di cose. Ci sono delle situazioni in cui bisogna, o comunque è molto utile, esprimersi in modo preciso e scevro da qualsivoglia interpretazione. Gli esempi vanno dal campo giuridico, alle situazioni di emergenza, fino a situazioni più banali, come ad esempio le indicazioni su cosa aggiungere alla lista della spesa. Nulla di catastrofico se si comprano 2 cartoni di latte invece di 1, sia chiaro, ma magari sarebbe bastato uno sforzo davvero minimo per ottenere un risultato migliore e, per esempio, ridurre uno spreco alimentare. (caso ben diverso se siamo in un edificio in fiamme e un vigile del fuoco sta cercando di darci indicazioni per l’uscita, lì un’incomprensione potrebbe costare la vita, ma speriamo anche di non trovarci mai in una situazione simile).
Rimaniamo quindi nella sfera della quotidianità, meno fenomenale ma decisamente più vicina a noi e quindi, in un certo senso, molto più interessante.
La lingua e le relazioni tra individui portano con sé un’inevitabile margine di interpretazione, emozione, contesto, manovra, e spesso non è detto che questo sia un aspetto negativo. Nelle sitcom i fraintendimenti sono uno dei migliori pretesti comici di trama e, quando non scadono in situazioni estremamente artificiose e inverosimili, possono risultare genuinamente divertenti. Senza dover per forza accendere la tv, anche nel nostro quotidiano possiamo incorrere in situazioni del genere e farci una risata tra amici, quindi ben vengano la lingua e le sue ricche sfaccettature. Da alcuni decenni, però, non abbiamo più un dialogo solamente con altri esseri umani, bensì comunichiamo anche con delle macchine, via via più complicate. E con “comunichiamo” non intendo solo l’utilizzo di assistenti vocali per avere gli ultimi aggiornamenti sul meteo, ma qualsiasi interazione con la tecnologia che preveda uno scambio di informazioni. Anche impostare il programma della lavatrice potrebbe essere un esempio di questa forma di dialogo, sebbene si limiti alla pressione di alcuni pulsanti, alla lettura di un piccolo schermo e all’analisi del bucato umido una volta terminato il ciclo di lavaggio. Le opzioni sono molto limitate e normalmente sono gli umani a doversi adeguare al linguaggio delle macchine: di recente sono sempre più numerosi i progetti di addestramento di intelligenze artificiali in grado di simulare un comportamento sempre più ricco e simile a quello di un essere umano, ma rimangono (e forse rimarranno sempre) dei limiti invalicabili, per quanto lontano vengano posti.
Trovo che una cosa sia ancora piuttosto divertente: quando uno di questi limiti viene incontrato (e solitamente ne deriva un errore o un’incomprensione da parte della macchina) tendenzialmente viene data la colpa alla tecnologia. A tutti noi sarà capitato di dare della stupida alla lavatrice per aver mescolato i colori del bucato o qualcosa di simile, sebbene il suo linguaggio sia molto semplice e preciso al punto che, al netto di malfunzionamenti tecnici, quasi certamente ha eseguito alla lettera un nostro comando. Poi, va bene, potremmo aver dato un’interpretazione del comando diversa da quella che ne dà la macchina, magari in base ad una logica comunque valida ma leggermente differente da quella con cui la lavatrice è stata progettata. Ma anche scavando più a fondo, in ogni caso finiremo per scontrarci con l’interpretazione errata o troppo soggettiva di un umano, che sia essa la nostra o quella di chi ha costruito tale meccanismo.
L’unico modo per evitare ciò sarebbe di parlare effettivamente la stessa lingua, in modo preciso e libero da fraintendimenti, un po’ come lo sono certe espressioni matematiche (e quindi informatiche).
La vostra lavatrice non vi chiederà mai se il contrario di tutti è nessuno o almeno uno non, a mo’ di filosofo zen sulla montagna. Ma magari ha una spia luminosa che si accende quando il suo cestello è pieno perché ci sono 10 maglioni. E magari questa lucina si spegne non quando i maglioni sono 0, bensì 9 più un calzino. Almeno uno non.