I telegiornali in diretta televisiva, con i collegamenti tra il mezzobusto in studio e l’inviato sul posto, esistono da oltre mezzo secolo e sono una formula talmente antica e consolidata da essere considerati una tradizione persino dai nostri nonni.
Ma, se ci pensiamo bene, questo è uno dei primi esempi nella storia di Telelavoro, non così diverso da quello sperimentato da molti di noi durante questi ultimi due anni.
Certo, se parliamo di Mentana che dallo studio scherza con Celata davanti a Montecitorio dobbiamo ricordare che c’è un pubblico dal vivo e che si tratta di un Tele-Lavoro che va in onda in tele-visione, è chiaramente un caso particolare.
Ma per il resto sono più i punti in comune rispetto alle differenze: la comunicazione avviene tramite una videochiamata, dipendente e datore di lavoro non si trovano nello stesso posto, così come i clienti o i fruitori del servizio, e la comunicazione, ovvero il tassello fondamentale, deve affrontare gli stessi ostacoli.
A volte il collegamento si interrompe, salta o risulta in qualche modo disturbato, a volte c’è eco e quasi sempre c’è un certo ritardo. È difficile cogliere le sfumature delle espressioni, la gestualità e, nel caso in cui vi siano più partecipanti, è molto difficile capire chi vuole prendere la parola, con il risultato che vi sono spesso pause imbarazzanti, alternate a momenti in cui si parla uno sopra l’altro. Questo avviene in televisione, avviene nelle riunioni di lavoro in teleconferenza, così come accade agli studenti e agli insegnanti in didattica a distanza, fino ad arrivare alle videochiamate con amici e parenti.
E, sebbene di DAD si parli solamente da quando è iniziata la pandemia, si tratterebbe in realtà di concetti e di tecnologie accessibili da parecchi anni praticamente alla totalità della popolazione, non parliamo di scienza aliena. Per dire, ho perso il conto di quanti immigrati ho visto in questi ultimi 5-10 anni, in giro a piedi, sui mezzi pubblici, al bar, parlare al telefono con qualcuno dei loro parenti nel Paese d’origine. Spesso ad alta voce, senza usare degli auricolari e tramite telefonini economici con una connessione scadente. Li scuso per l’uso di strumenti poco performanti, non si può certo sindacare sullo scarso budget e sarebbe assurdo pensare che siano tutti dotati dell’ultimo iPhone (vedasi “Conosci il marchio, evita il razzismo”, da NewsFromTheWeb n°3 - 2018) e certamente il parlare a tutto volume disturbando gli altri è una mancanza di educazione che purtroppo qui in Italia riguarda fin troppe persone. Ma il discorso di fondo rimane: in caso di necessità, anche una persona molto semplice e con mezzi rudimentali può ricorrere alla tecnologia e alle videochiamate, senza un particolare sforzo.
Eppure, nonostante la facilità di accesso dello strumento e la sua diffusione, risultiamo quasi tutti decisamente inesperti e impacciati quando dobbiamo comunicare in questa forma e tendiamo a preferire qualsiasi alternativa pur di evitarla.
Il confronto più ovvio dovrebbe essere con le chiamate audio, quelle che esistono da un secolo, per capirci. E forse proprio qui sta la prima differenza: gli umani si sono abituati perché è qualcosa che conoscono da quando sono bambini, che danno per scontato e che ha sempre funzionato così, con le sue regole e i suoi paletti. Devi dire “pronto” quando avvicini il telefono all’orecchio, anche se non sai esattamente perché lo stai facendo, ma sai cosa aspettarti e come comportarti.
Le videochiamate sono molto più giovani come tecnologia, e sono molto più complesse: la quantità di dati trasmessa è di alcuni ordini di grandezza superiore, la tecnologia impiegata è ben più complicata e bisogna tener presente alcune cose in più rispetto alle chiamate audio, visto che la posizione del dispositivo è fondamentale. Nel corso dei decenni, con l’avvento degli auricolari o con l’allenamento della spalla nel tenere la cornetta aderente all’orecchio, ci siamo un po’ tutti abituati a telefonare mentre facciamo di tutto (persino guidare un’automobile, per i pazzi a cui piace il brivido di rischiare la vita). Al contrario, in una videochiamata l’attenzione dovrebbe essere rivolta solamente allo schermo e alla rappresentazione bidimensionale del/degli interlocutore/i, con l’ulteriore difficoltà che se guardiamo negli occhi chi ci parla distoglieremo lo sguardo dalla videocamera e dal riquadro in cui vediamo noi stessi, dando quindi la paradossale impressione che non stiamo veramente guardando l’altra persona. Mentre se invece vogliamo dare questa illusione del contatto visivo dovremo fissare un piccolo puntino nero, facendo quindi cadere l’illusione dal nostro lato.
Tornando invece a Mentana e ai suoi inviati, un’altro fenomeno precedentemente citato è il ritardo della comunicazione: al telefono si ha quasi l’impressione di parlare con una persona che sta a pochi metri da noi, perché lì le informazioni sono poche e i dati viaggiano rapidamente. In una videochiamata, invece, la connessione viene messa a dura prova, i pacchetti di dati si perdono, ci sono interferenze e continui scatti, pause, salti nel flusso video e nella voce dei due interlocutori. E a questo non siamo abituati: finiamo un po’ tutti per dare quindi vita a quei teatrini patetici delle videochiamate su Zoom dove magari una persona parla a scatti a causa della sua connessione e tutti i partecipanti iniziano a parlarsi uno sopra l’altro per cercare di avvisare la malcapitata di turno che la sua voce si sente male, creando un caos molto peggiore di quello che stavano cercando di tamponare. Con l’aggravante che molti non hanno ancora ben chiaro come funzioni internet e che spesso finiscono per scaricarsi la responsabilità dei problemi della chiamata l’uno con l’altro, senza effettivamente risolvere alcunché.
Ma il problema di fondo rimane ancora il bon ton, l’educazione, la Netiquette, ovvero un concetto nato negli anni ’90 e che raggruppa tutta quella serie di buoni comportamenti da tenere sulla rete, per una buona convivenza con gli altri utenti. Molte di queste regole sarebbero le stesse della vita offline, ma molti sembrano aver preso il web come un nuovo far west dove è concesso di tutto e dove le normali norme di buona educazione non valgono. E molte altre regole sono del tutto nuove, rese necessarie da come questi strumenti digitali funzionano. In ogni caso, al momento, la situazione è abbastanza caotica e la pandemia è un’ottima scusa per tirare avanti così ancora per qualche anno, nella speranza di molti che presto ci si potrà lasciare tutto questo alle spalle, anche se in fondo sappiamo tutti che è un’evoluzione inevitabile. Speriamo almeno per quel giorno di aver fatto tesoro di questa esperienza e di aver nel frattempo preso coscienza di cosa voglia dire vivere in una realtà mista, reale e virtuale, fatta di umani e macchine. Per ora non abbiamo imparato niente, ma tanto c’è ancora tempo, no?