Il trasporto pubblico è un servizio, come lo sono le strade e i Vigili del Fuoco. Ma si paga. Che significa?

Premetto che in questo articolo non risponderò precisamente a questa domanda, si tratta esclusivamente di un pezzo d’opinione, per quanto io mi sia comunque dovuto documentare parecchio prima di poter esporre certi dati, quesiti e ragionamenti. Partiamo dal primo, ovvero: quanto costa il trasporto pubblico? I biglietti della metro di Milano sono passati da 1,00 a 1,50 fino a raggiungere i 2,00 €, il tutto nel giro di meno di un decennio. La situazione non è molto migliore in numerose altre città italiane, dove in questi anni il costo medio dei biglietti è andato in una sola direzione. Non voglio però limitarmi a considerare quanto viene a costare all’utente finale: la vera questione di fondo è quanto costa il sistema nel suo complesso e se ha effettivamente senso dal punto di vista economico. Limitandoci per ora al caso del capoluogo lombardo, potremmo osservare che mentre il biglietto per una corsa singola è esattamente raddoppiato, il servizio si è anche ampliato, con due nuove linee della metropolitana, che in questi anni sta passando da 3 a 5 linee totali. Questo sembra avere una sua coerenza, se non fosse che guardando più a fondo i conti decisamente non tornano: considerando il numero di passeggeri giornaliero, dando un’occhiata ai bilanci annuali dell’ATM e leggendo il budget dei nuovi cantieri salta subito all’occhio, anche facendo i conti piuttosto a spanne, che servirebbero decine, se non addirittura oltre un centinaio di anni, per rientrare nell’investimento. Risulta quindi abbastanza scontato che i costi di costruzione delle infrastrutture più importanti sono in larga parte coperti dalla spesa pubblica e non dalle entrate dovute ai titoli di viaggio. E non parliamo di noccioline, dato che il costo di realizzazione di una sola nuova linea della metropolitana è ben superiore ad anni e anni di bilancio della società di trasporti che la andrà poi a gestire.

Insomma, già prendendo ad esempio un caso piuttosto virtuoso ed efficiente, sembra chiaro che i biglietti non sono che una piccola parte dell’equazione: a Milano in particolare coprono solamente metà dei costi di gestione, a Torino meno di un quarto del servizio. Figuriamoci se dovessimo scomodare realtà, come ad esempio quella di Castellammare di Stabia, dove l’evasione arriva anche al 97%: qui i biglietti diventano del tutto irrilevanti. E c’è inoltre da considerare che la riscossione dei pagamenti, il controllo dei titoli di viaggio e la manutenzione dei tornelli rappresentano un ulteriore costo per le società di trasporti. Insomma, tutto questo per arrivare al ragionamento di fondo: ma non è che potremmo fare a meno di pagare a parte, oltre a quanto già facciamo tramite le tasse, i servizi pubblici? Il gioco sembra non valere la candela e il pagamento di un biglietto per ogni corsa rappresenta anche un deterrente all’uso dei mezzi, considerando che spesso l’uso di un’auto privata non ha un costo molto distante, a fronte di una maggior comodità. Soprattutto nelle grandi città l’obiettivo primario del trasporto pubblico dovrebbe essere la lotta alla congestione stradale e all’inquinamento, quindi il servizio andrebbe considerato valido anche se economicamente in perdita. La libertà di poter salire su ogni mezzo, senza doversi preoccupare di acquistare un titolo valido e convalidarlo, sarebbe un incentivo notevole per l’uso dei trasporti di massa. Forse persino troppo.

Superato l’aspetto economico, ce ne sono altri che ora proverò ad affrontare: prima di tutto l’aspetto gestionale. Già ora il flusso di passeggeri non è costante: ci sono gli orari di punta dei pendolari, i giorni della settimana si dividono in feriali e festivi e ci sono spesso grandi eventi, come le fiere o le competizioni sportive, che creano ondate e picchi di viaggiatori, magari in alcune specifiche aree. Non so se esiste uno studio a riguardo, ma sarebbe interessante analizzare dei modelli che cerchino di prevedere il comportamento di massa nel caso in cui i trasporti non avessero l’ostacolo dei biglietti. Potrebbe non cambiare quasi nulla o potrebbe precipitare tutto nel caos, considerando che già ora ci sono situazioni in cui i vagoni e i mezzi di superficie si riempiono oltre la capacità massima. Figuriamoci se ci potesse salire chiunque senza preavviso, potremmo avere bisogno degli spingitori come avviene a Tokyo, cosa tra l’altro poco adatta al periodo pandemico che ancora stiamo vivendo. Insomma, c’è da considerare l’effetto positivo mitigante che possono avere i biglietti sul flusso di passeggeri, almeno laddove ce ne sono già a sufficienza (vedasi la linea 6 della Metropolitana di Napoli, chiusa dal 2013 a causa di un flusso eccessivamente basso di passeggeri, circa il 90% in meno di quanto previsto).

L’ultima questione che voglio affrontare in questo articolo è, e qui mi ricollego al titolo, la percezione del cittadino riguardo ai servizi. Il ticket sanitario, il canone Rai e i titoli di viaggio per il trasporto pubblico sono tre realtà molto diverse tra loro, ma con un grande aspetto comune: vengono definiti Servizi Pubblici, ma richiedono una forma di pagamento per poterne usufruire. A livello di percezione immagino che sia un’opinione diffusa il fatto che sostanzialmente stiamo pagando due volte per la stessa cosa. Ci sono le tasse e poi ci sono i biglietti: a guardarla così è come se le imposte fossero inutili! Ovvio che non lo sono, dato che come abbiamo visto coprono comunque la maggior parte dei costi dei servizi, ma sono anche automatiche e più “silenziose”, nel senso che agiscono senza che risulti così evidente all’utente finale. Negli ultimi anni si è diffusa l’abitudine delle strutture ospedaliere ad esplicitare i costi delle prestazioni sanitarie coperti dalle tasse, facendo intuire al cittadino che dietro c’è molto più di quanto immagina, ma rimane difficile parlare di servizi pubblici se anche solo una minima parte del costo viene richiesta al momento della prestazione. Non so quanti di noi sarebbero disposti ad un ulteriore aumento della pressione fiscale ai fini di cancellare quell’ultima fetta che ora viene coperta dai biglietti, ma sono dell’idea che si tratti di un progetto più accessibile di quanto possa sembrare e che alla lunga l’impatto sarebbe positivo, almeno in termini di chiarezza. “Ciò che è pubblico è gratis, punto”: questo dovrebbe essere il sentire comune.

Ma, appunto, temo che gli ostacoli a questo tipo di sistema siano ideologici, più che puramente economici. Il che forse rende le cose ancora più difficili, ma non impossibili finché proveremo a parlarne.