Alla presentazione del primo iPhone il pubblico ha fatto “ooooh!” davanti allo scrolling inerziale. Ora abbiamo talmente tante gesture che chi vi si approccia per la prima volta non ha idea di dove iniziare, mentre chi è sul treno fin dall’inizio ha difficoltà a cambiare le abitudini ormai consolidate.

Oggi diamo tutti per scontato come consultare una lista di canzoni o contatti in rubrica su uno smartphone: il cosiddetto scrolling, il gesto del dito che scorre lungo lo schermo, abbinato allo scivolamento inerziale dell’interfaccia, quasi come se si trattasse di un corpo solido dotato di una massa propria. Risulta naturale proprio perché ci ricorda la fisica del nostro mondo reale, ma a pensarci bene è un concetto che esiste solamente da 15 anni. Alcuni dei gesti fondamentali per l’interazione con gli smartphone furono presentati da Steve Jobs all’inizio del 2007 e all’epoca il pubblico rimase più che affascinato da cose che ora consideriamo banali, come appunto lo scrolling o il pinzare con due dita per ingrandire un’immagine. All’inizio la lista di funzioni dei telefonini e di possibili comandi con cui potevamo interagire era piuttosto breve, considerando che sul primo iPhone non era nemmeno possibile installare applicazioni, mentre oggi sono disponibili letteralmente milioni di programmi diversi. Inoltre, con il passare degli anni, dagli smartphone sono scomparsi anche gli ultimi tasti fisici, delegando ogni possibile interazione al solo uso dello schermo. E qui le gesture hanno iniziato a moltiplicarsi: come salvare una schermata, come modificare la luminosità, come passare da un’applicazione all’altra o affiancarne più d’una per usarle in multitasking, come copiare, incollare, editare testo, immagini, link... Di tutto, insomma. Il problema è che se i primi gesti erano pochi e, per quanto rivoluzionari, tutto sommato intuitivi, ora inizia a diventare davvero difficile pensare che si possano conoscere tutte le funzioni e che sia possibile imparare ogni cosa da autodidatta. Eppure è ancora l’unico metodo praticamente per chiunque: non vengono inserite delle guide o dei libretti di istruzioni nelle confezioni dei prodotti tecnologici, a differenza di quanto avviene ad esempio con i grandi (ma più semplici) elettrodomestici tradizionali, e non esistono corsi formativi dedicati alle gesture e alle funzioni degli smartphone, se non in rarissimi casi. Il fatto che gli utenti si debbano arrangiare è dato per scontato, sia dalla distribuzione che dagli utenti stessi, che non si sognerebbero mai di pagare per un simile servizio, dovendo in quel caso anche implicitamente ammettere la propria ignoranza. (considerando tra l’altro che ogni anno vengono presentate nuove versioni dei sistemi operativi, con ulteriori nuove funzionalità e modifiche all’interfaccia e ai meccanismi, spesso non così ovvie o trasparenti) Insomma, se per gli appassionati questo è un hobby estremamente appagante e impegnativo, per tutti gli altri sembra più una maledizione di cui farebbero volentieri a meno e di cui spesso non sono nemmeno consapevoli; salvo ovviamente i casi eclatanti, come quando una funzione molto utilizzata viene magari spostata all’interno dei vari menu del programma e sono in tanti ad accorgersene (e a protestare sui social, ottenendo talvolta dei ripensamenti da parte delle compagnie tech). Capisco la frustrazione di chi magari ha impiegato anni ad abituare il proprio cervello, la memoria muscolare delle proprie dita, persino il proprio modo di ragionare ad una specifica sequenza di passaggi e questa gli viene arbitrariamente e unilateralmente portata via da sotto il naso, senza preavviso e senza spiegazioni. Ma il problema non può avere soluzioni semplici, dato che il continuo progresso è necessario: basti pensare ai telefoni ormai completamente ricoperti dallo schermo e da nuove funzioni o accessori, come ad esempio le cuffie senza fili. Allo stesso tempo rimane fondamentale considerare che questi strumenti devono essere un aiuto per le persone che li andranno ad utilizzare, non un nemico da temere.

Le strade da percorrere a mio avviso sono principalmente due: per quanto riguarda le aziende, i designer e anche i legislatori, ultimamente sempre più spesso chiamati a decidere che direzione imprimere al mondo tech, c’è assolutamente bisogno di mantenere una certa coerenza e di tenere il freno sempre un po’ più premuto di quanto si farebbe istintivamente, evitando quindi di vomitare sul mercato qualsiasi idea che venga in mente. C’è da fare una selezione, chiedersi quali cambiamenti sono estremamente necessari e inevitabili, e di quali invece potremmo fare tranquillamente a meno. Perché capita abbastanza spesso che le innovazioni siano fini a loro stesse, o legate esclusivamente ad una sensazione di nuovo che possa trainare le vendite, ma senza portare a reali vantaggi e ad un vero progresso. È una logica di mercato, che funziona per gonfiare le trimestrali, ma che alla lunga aliena gli stessi consumatori, e penso che gli effetti si inizino già ora a vedere. L’altra metà del lavoro spetta però proprio agli utilizzatori finali: urge un cambio di mentalità, una presa di coscienza che l’informatica ormai è ovunque, che sarà sempre più parte delle nostre vite e che non è una sconfitta ammettere di voler imparare qualcosa, persino di aver bisogno di una mano. I nostri sforzi dovrebbero andare nella direzione dell’apprendimento, non nel tentativo di resistere al cambiamento, cosa che è possibile solo dopo aver appunto raggiunto la consapevolezza che c’è del lavoro da fare. La vera sconfitta è rappresentata dalla resa, dal non utilizzo delle potenzialità della tecnologia, dal rifiuto di un aiuto dovuto ad un orgoglio, ad una chiusura mentale che è normale nei confronti di una novità che avanza minacciosamente, ma che porta inevitabilmente a subirne gli effetti invece di cavalcarne le potenzialità.

Insomma, di fronte al nuovo cellulare appena comprato non spaventatevi, ma siate felici, siate assolutamente pazienti e, in un certo qual modo, siate umili. Il resto verrà da sé, con gradualità.