Ho aspettato tanto a parlare di criptovalute per via di quanto l’argomento sia controverso, difficile da comprendere e in continuo e rapido mutamento. Ora si sono accumulate numerose questioni, che potremmo riassumere in: impatto sul mercato, impatto sulla società e impatto sull’ambiente.

Partiamo dalla meno importante: il mercato. Le criptovalute sono state ideate dopo la crisi economica del 2007, come risposta al mondo finanziario nelle mani di grandi gruppi mondiali. L’idea era di poter scambiare una valuta estremamente sicura e affidabile, senza doversi appoggiare però a degli istituti di credito centralizzati, in modo che questa potesse essere libera dal controllo e dalle speculazioni di coloro che si sono resi responsabili della crisi (e di coloro che ne hanno approfittato per arricchirsi). Non male come concetto, se non fosse che, a distanza di 15 anni, l’effetto ottenuto è stato esattamente l’opposto rispetto a quanto preventivato: invece di creare un sistema libero e indipendente, sono spuntati come funghi società, app e servizi che si occupano della gestione delle criptovalute, spostando di fatto il controllo dalle grandi banche e dai governi, “cattivi” ma tutto sommato riconoscibili e prevedibili, ad un circuito molto più caotico e molto meno chiaro di prima. L’utente comune, che già era in difficoltà di fronte all’opuscolo informativo del proprio conto corrente tradizionale, ora è ancora più vulnerabile a truffe, errori e fluttuazioni che non è in grado di capire né tantomeno di gestire autonomamente. Questo senza contare che appunto la mancanza di moderazione da parte di entità centralizzate ha aperto ad una speculazione ancora più aggressiva, dato che non ci sono regole e nessuno chiede di giustificare le operazioni, la provenienza dei fondi o la riscossione di tributi su tali operazioni. Avremmo potuto derubricare questa serie di fluttuazioni imprevedibili ad un semplice giochino per quel manipolo di pazzi cercatori d’oro in stile Far West che si sono imbarcati in questa avventura, fortunata per alcuni, disastrosa per altri, se non fosse che gli effetti si sono propagati anche in altri settori ben più concreti. Settori che probabilmente non avevano nessun interesse a rimanere immischiati in questo pantano. Parlo principalmente del mercato delle componenti elettroniche, che è letteralmente impazzito ormai due anni fa e ancora non si è del tutto ripreso al giorno d’oggi. Una parte delle cause è certamente legata alla pandemia, ma a maggior ragione l’influenza del mondo delle criptovalute è un grave danno che si va a sommare ad una situazione già debole, dando una sorta di colpo di grazia di cui non avevamo certamente bisogno. Questo perché ci sono principalmente due modi per cercare fortuna in questo mondo: il primo è la classica speculazione finanziaria legata alle fluttuazioni dei prezzi, favorita dalla facilità con cui certe operazioni possono essere svolte e dalla rapidità e dall’intensità con cui queste fluttuazioni avvengono. L’altro modo è partecipare alla rete mondiale di calcolatori che si occupano di gestire questi flussi: chi si collega e lascia che le proprie macchine svolgano calcoli per conto della rete viene di fatto remunerato con piccole quantità della valuta che sta contribuendo a muovere. Questo è ciò che viene definito mining, come se si trattasse appunto di un’attività estrattiva, mineraria. All’inizio, ovvero una decina di anni fa, bastava poco, anche il proprio computer domestico, per riuscire a ottenere un certo guadagno, ma al crescere della rete, della potenza necessaria, del numero di utenti e soprattutto per come è stato pensato l’algoritmo (che rende volutamente via via più difficile creare nuova moneta), oggi è richiesto un consumo energetico e una potenza di calcolo enormemente maggiore, per partecipare al gioco. Viste anche le cifre sul piatto, questo ha portato ad una corsa da parte dei minatori, nel tentativo di accaparrarsi sia le macchine sia importanti forniture elettriche, in un periodo della storia umana in cui elettricità e computer sono necessari praticamente per qualsiasi cosa, dall’istruzione alla sanità, dallo svago fino a qualsiasi settore produttivo. Attività che riterremmo tutti ben più importanti di una gara speculativa votata solo ad un puro spreco di risorse, nel tentativo di inseguire un piccolo e insulso guadagno economico personale, a scapito degli altri e del pianeta. Ma, come per ogni altro fenomeno all’interno del libero mercato, la legge della domanda e dell’offerta non tiene conto del valore morale o sociale dietro agli scambi commerciali, quindi che il prezzo dei computer per le scuole sia sensibilmente aumentato importa molto meno rispetto a quanto un arrampicatore digitale sia disposto a spendere per crearsi la sua miniera di aria fritta. (Metafora che ha più senso di quanto si possa pensare, visto che i macchinari vanno raffreddati con grandi ventole e di fatto sono delle grandi stufe elettriche che emettono aria calda, con un consumo energetico mondiale pari a quello di un’intera nazione come l’Austria, secondo le stime) La speranza è che in parte questa bolla si sgonfi da sola, visto che la crescita infinita non può esistere e negli ultimi periodi stiamo assistendo al fallimento sia di alcuni progetti legati alle criptovalute, sia direttamente di alcune società che vi si sono imbarcate, finendo per mandare in fumo anche grandi capitali. Ma soprattutto (e questo è ancora da vedere) che la “rivoluzione cripto” si riveli un buco nell’acqua anche dal punto di vista ideologico, ovvero che le persone continuino comunque ad affidarsi a organizzazioni centralizzate, ad associarsi in gruppi e ad organizzarsi in strutture della società in cui ci siano regole e ordine, invece di lasciarsi andare a questo sogno individualista in cui, secondo questi guru moderni, ciascuno può essere la banca di sé stesso, il padrone di sé stesso, persino lo Stato di sé stesso. Tutti liberi, tutti soli e tutti nella più completa anarchia e caos. Magari alla lunga dovremo dar loro ragione, ma per il momento sembra una pessima idea, quindi per favore datevi una calmata. Grazie.