Forse è un discorso da volpe ed uva, forse critico qualcosa che non possiedo. O magari è solo per abitudine: ho sempre fatto così e mi sarebbe scomodo cambiare. Oppure è perché, sebbene sia difficile da ammettere, sotto sotto sono anch’io un po’ boomer ed ho le mie convinzioni, tipo che una volta era tutto meglio e queste diavolerie moderne chi le capisce... O forse è soltanto un caso, non ho mai iniziato e non l’ho mai resa una mia abitudine.
Ma tutt’ora, nel quasi 2025, non uso Spotify. Nè, ovviamente, uno dei vari servizi concorrenti, Apple o Google che siano. Ho la mia musica salvata sul telefono, come si faceva con gli iPod più di 20 anni fa, e che a sua volta deriva dai dischi, che invece erano il formato di 40 anni fa. Le motivazioni dietro tale scelta, decisamente in controtendenza rispetto a quasi chiunque altro della mia generazione, non sono a caso, bensì sono precisi e molteplici: c’è sicuramente un aspetto economico, dato che non mi sembra così smart pagare oltre 100 euro all’anno per ascoltare musica che già possiedo, c’è un discorso di praticità e di disponibilità (potrei impazzire all’idea di non poter ascoltare la mia musica se dovesse mancare internet per qualche ora, voglio averla sempre con me), ma è soprattutto un discorso ideologico. A me Spotify non piace, non mi piace la loro mentalità e soprattutto non mi piacciono certe dinamiche, certe meccaniche, alcune di esse facoltative, certo, ma altre più subdole e inevitabili. No grazie.
Ma andiamo con ordine: Spotify e gli altri servizi di streaming musicale in abbonamento consentono di accedere illimitatamente ad un catalogo che si aggira tra i 50 e i 100 milioni di brani musicali, a fronte di una piccola tariffa fissa mensile. Fin qui sembrerebbe la panacea di ogni male: a meno del prezzo di 10 album all’anno, un accesso alla musica milioni di volte più vasto. Inoltre queste piattaforme non occupano spazio sul telefono e rendono possibile portare con sé tutte le canzoni, non solo una selezione. E ancora non ci si spiega dove sarebbe il lato negativo: potremmo banalmente considerarle un’evoluzione di come si è ascoltata la musica fino a ieri, un passo avanti più comodo e più potente. E lo sarebbe, se i servizi come Spotify si limitassero a questo.
Il problema infatti non sta nel cosa si può ascoltare, ma nel come; e il come è soggettivo. Spotify si vende come un’esperienza 100% personalizzata, cucita sui nostri gusti, ma di soggettivo ha ben poco. Propone in realtà una modalità di fruizione della musica piuttosto uniforme a tutti i suoi utenti, andando a privilegiare ciò che fa comodo alla piattaforma, più che le abitudini e i gusti dei singoli. Trasforma, cioè, l’esperienza privata ed unica di ascolto, in un fenomeno più di massa, più piatto e più mediocre. E qui giustamente immagino che molti dei miei lettori, soprattutto chi Spotify lo usa quotidianamente, staranno pensando che non è mica obbligatorio seguire le mode ed ascoltare ciò che viene proposto: nulla vieta di utilizzare la libreria a disposizione esattamente come faremmo con una collezione personale di musica, creando a mano le proprie playlist, scegliendo cosa ascoltare ed in che ordine.
Diciamo che, sì, nulla ce lo vieta, ma tutto ce lo rende estremamente scomodo. Prima di tutto la libreria non è statica: le foto profilo degli artisti, talvolta pure le copertine degli album, la musica disponibile e l’ordine in cui viene visualizzata non è costante nel tempo. Cercando il nome di un artista o di un brano, i risultati offerti potrebbero variare a seconda delle ultime uscite, a seconda di cosa viene spinto di più, a seconda di altri fattori ignoti. Poi c’è da considerare cosa la piattaforma tende a fare se lasciata a sé stessa: considerando di non scegliere ogni singolo brano ogni volta, magari mentre si è alla guida o mentre si vuole passare del tempo con della musica in sottofondo, senza doversene preoccupare, risulta molto importante la funzione della coda. Ascoltando la propria musica, la coda non potrà far altro che interrompersi una volta terminato l’album selezionato, oppure proseguire con altra musica tra quella presente sul dispositivo. Non verrà mai inserita musica che non si possiede e quindi che non si conosce già. Che, ok, potrebbe da alcuni essere considerato limitante, una forma di conservatorismo nella quale risulta quasi impossibile allargare i propri orizzonti, ma personalmente non ritengo che venire forzato ad ascoltare qualcosa di nuovo quando non me lo aspetto, senza sapere di cosa si tratta e senza possibilità di controllarlo in prima persona sia la scelta verso la quale sarei più incline. Nella vita ci sono comunque molteplici occasioni di scoprire nuova musica e soprattutto di farlo consapevolmente. Considero quasi sacro il momento del primo ascolto di un nuovo brano e considero fondamentale avere tutti gli elementi a disposizione. Se si tratta di musica leggera può anche andar bene l’ascolto casuale in giro, magari munendosi di Shazam o altri programmi simili per poter ricostruire a cosa si va incontro, ma se si tratta del nuovo disco o di un brano che non conoscevo di uno dei miei artisti preferiti, preferirei poter scegliere il momento e la modalità (autoradio, cuffie, impianto audio domestico...) a me più congeniale.
Ma non è nemmeno questo il nocciolo del problema: potrei anche sopportare che ogni tanto, incidentalmente, durante l’ascolto di ciò che voglio sentire vengano qua e là infilati dei nuovi pezzi, potrei addirittura apprezzarlo. Ma anche qui il come è un aspetto fondamentale: come vengono scelti questi brani da proporre? In che ordine vengono proposti? Come viene deciso quando un brano fa parte di un concept album e quando invece è possibile estrarlo dal suo contesto e snaturarne il senso?
Non sono certo il primo ad imbarcarmi in questa crociata: già Adele, nel 2021, aveva fatto valere la propria voce, spingendo Spotify a modificare alcune delle sue funzioni per poter ridurre questo problema. Quindi, grazie all’artista britannica, ora gli album hanno come opzione predefinita l’ascolto sequenziale e non quello casuale, scelta che considero allucinante anche solo per l’idea di averla pensata in prima istanza.
Tutto il resto dei problemi però rimane ed ascoltando una playlist o un artista, potrebbe capitare in coda qualche brano proposto, da un algoritmo che cerca di interpretare ed anticipare i gusti, ma che risponde anche alle logiche di mercato.
Desiderio in-espresso
Si è sollevato un enorme polverone, ed esempio, attorno ad Espresso di Sabrina Carpenter, il brano più ascoltato al mondo nel 2024, su Spotify. Molti utenti hanno segnalato che la canzone veniva costantemente spammata nella coda di qualsiasi ascolto, anche per chi stesse fruendo di generi o artisti completamente diversi, e che quindi non ci sia da meravigliarsi se poi ha raggiunto la vetta. Già all’inizio dell’estate la teoria del complotto si era fatta strada sui social, dove in tanti sostenevano che la casa discografica pagasse Spotify per favorire il pezzo, una pratica che prende il nome di Payola e che negli States sarebbe pure illegale. Sembrerebbe che la teoria non abbia fondamento, o meglio, che non ci siano prove a sostegno del fatto che la scalata della Carpenter sia stata “acquistata” dalla sua Etichetta ed in ogni caso, anche se così fosse non si tratterebbe di una violazione di alcun tipo, essendo Spotify una piattaforma privata, e non una radio pubblica. Forse in questo caso no, ma questo ci conferma che la piattaforma, di sovvenzioni da artisti ed etichette per promuovere certi contenuti, ne prende eccome: nel 2020, ad esempio, è stato strutturato un programma di affiliazione chiamato DiscoveryMode secondo il quale gli artisti emergenti possono rinunciare a parte dei guadagni, lasciando a Spotify il gruzzolo, in cambio di maggiore visibilità. Di fatto, una forma di “Payola dei poveri”.
Ma quindi, se nè la Carpenter (che era già ben più che affermata) nè la sua etichetta hanno pagato, come mai milioni di utenti si sono ritrovati l’Espresso indesiderato? Semplice, l’algoritmo di Spotify ha ritenuto che potesse essere vantaggioso farlo. L’obiettivo di Spotify, come di qualsiasi altra applicazione o piattaforma social, è fidelizzare i propri utenti, aumentare il numero dei paganti e soprattutto massimizzare il tempo che viene trascorso. Insomma, rendersi indispensabili nella vita quotidiana di ciascuno di noi. Ma se con TikTok l’effetto è sotto gli occhi di tutti, nel caso di una piattaforma di ascolto musicale il fenomeno è molto più celato, sta dietro all’illusione della scelta.
Ripeto, la piattaforma non obbliga mai, ma piano piano, vuoi per pigrizia, vuoi per comodità, porta i suoi utenti dove le conviene, ne influenza i gusti, ne influenza le scelte. Sempre tenendo un basso profilo.
Il True Random non esiste
E qui veniamo al senso del titolo: nulla avviene mai veramente per caso, né la mia scelta di stare alla larga da questo abominio, né la loro scelta delle canzoni. Chiunque si intenda di informatica sa che “il true random non esiste”, ovvero che quando un computer sceglie in modo casuale, c’è sempre una qualche forma di pensiero logico e di calcolo che rende quella scelta in realtà deterministica. Per dare un’idea di quanto sia serio il fenomeno, una nota azienda di sicurezza informatica utilizza da anni alcune telecamere che monitorano in tempo reale i movimenti di bolle di liquido colorato in una serie di lampade appese al muro per poter generare delle password sicure. Cioè, siamo al paradosso che per avere una vera estrazione casuale, i computer devono osservare un qualche fenomeno fisico reale. Trattasi, questa, di un’esagerazione, ma il senso del discorso rimane: in informatica è tutto frutto di calcoli, nulla è mai veramente lasciato al caso. E quando è lasciato al caso potrebbe dare fastidio. Una funzione che esiste dai tempi dei primi iPod è l’ascolto casuale della musica presente sul dispositivo, chiamata modalità Shuffle. Inizialmente questa modalità era veramente a caso, ma con il passare degli anni gli ascoltatori hanno lamentato che poteva capitare, ad esempio, di ascoltare due o tre brani di fila dello stesso artista o dello stesso album, e poi più niente per decine di ascolti. Un fenomeno normalissimo: se mescolo le carte a caso, potrei trovare due re di fila, o anche 3 o addirittura 4. Non sempre, eh, ma mescolando tante volte potrebbe capitare. Ma dato che, come si suol dire, il cliente ha sempre ragione, negli anni questa funzione è mutata ed il suo nome è diventato Smart Shuffle, ovvero “rimescolamento furbo”.
Cosa c’è di furbo non mi è dato di capire, ma quello che in soldoni fa è dare un’illusione di maggiore randomicità, assicurandosi di non mettere praticamente mai due brani dello stesso tipo, dello stesso album o artista consecutivi, ed andando a sparpagliare in modo più efficace i pezzi durante l’ascolto. Quindi tecnicamente meno random, ma apparentemente più random. Bene, passati alcuni anni Spotify ha poi elevato questo concetto al livello successivo: se un utente si crea la sua bella playlist di 1000 brani, essa sarà composta non da canzoni tutte di pari valore, ma ci troveremo alcuni pezzi che vengono ascoltati più spesso, alcuni artisti preferiti, altri meno ed anche un po’ di robaccia che magari è stata messa lì ma che viene considerata di rado. Ogni qualvolta il nostro ascoltatore andrà a lavarsi i denti o salirà sull’autobus indossando le sue cuffie, difficilmente andrà a selezionare esattamente tutti i brani che desidera in quel momento: magari partirà da un pezzo e si affiderà alla coda automatica, o magari cliccherà direttamente sul comodo bottone in cima alla lista che gli propone qualcosa di gradito, su un bel vassoio d’argento. Ma, come abbiamo imparato, se c’è una cosa che l’algoritmo di Spotify teme è di scontentare i suoi utenti, non sia mai che decidano di terminare l’ascolto o, peggio, di valutare un servizio concorrente! Quindi, nel tentativo di compiacere il suo ascoltatore, la piattaforma proporrà un brano tra i 1000 della lista in modo non completamente casuale: non capiterà praticamente mai di iniziare la giornata con uno di quei pezzi che si conoscono poco, ma sarà sempre festa, l’ascolto partirà quasi certamente da uno dei brani preferiti, per poi proseguire sempre pescando da una selezione dei migliori, includendo solo di tanto in tanto ciò che sta oltre la metà classifica.
Ecco, a leggere una cosa del genere ovviamente anche io mi sono immaginato le classiche immagini da Grande Fratello orwelliano, ma il senso non è che dobbiamo vivere da paranoici, circondati da complotti e controllori. A volte basta semplicemente evitare ciò che non va. Oppure farselo andare bene, perché non c’è niente di male a farsi suggerire la musica, purché con consapevolezza. La libertà sta nel poter scegliere, nel conoscere come va il mondo e nel decidere quale strada intraprendere. Così come non sopporto la musica stagionale, le hit usa e getta, i tormentoni e gli artisti del momento, comprendo anche che, per buona parte di chi balla e si diverte, tutto questo sia in realtà una manna dal cielo: musica sempre nuova, sempre valida (perché creata, selezionata e proposta appositamente) e sempre condivisa. Perché se Spotify spamma a tutti la Carpenter, anche i tuoi amici finiranno volenti o nolenti per avere più o meno gli stessi gusti. Insomma, può fare persino da collante per le amicizie, per fare gruppo, per fare festa, non dico che sia il male in senso assoluto.
Dico solo che non fa per me. Dipende da caso a caso.