Qualche mese fa, ad un corso di formazione, un relatore particolarmente carismatico ha avuto l’idea originale di esordire con la domanda “qual è l’ultima cosa che avete cercato su Google?”. Ovviamente subito ha messo le mani avanti, sul fatto di non uscirsene con cose troppo sconvenienti, pur cercando di rimanere sinceri. Ma la cosa che mi ha colpito maggiormente è stata che io ricordavo perfettamente cosa avessi cercato la sera prima (e si trattava pure di una risposta interessante, con un paio di collegamenti curiosi da raccontare), ma che il mio browser e la mia cronologia non fossero in grado di dimostrarlo. Non sono state chieste prove concrete, sia chiaro, ma nel caso non avrei potuto fornirle. Così, oltre a rispondere alla domanda, spiegando che avevo cercato il nome di un compositore di una particolare colonna sonora perché mi era tornato alla mente uno specifico film visto anni prima, un film brutto e dimenticabile ma di cui mi erano rimaste impresse le musiche e che avevo ricollegato ad un’altra pellicola che… vabbè ci siamo capiti, non è il punto di questo discorso. Dicevamo: dopo la risposta mi sono sentito in dovere di specificare che tale ricerca non faceva parte del mio bagaglio di cronologia perché non si trattava di qualcosa di rilevante che volevo rimanesse. Ho faticato ad esporre il concetto e tuttora sospetto di non essere stato compreso appieno dal gruppo che avevo di fronte. Insomma, la ricerca nella modalità “in incognito” è tipicamente associata a cose tabù, cose che appunto non farebbero fare bella figura ad un corso di formazione, ma non è l’unico motivo per cui potrebbe avere senso. Anzi, non è nemmeno il principale.

Proverò a non annoiarvi troppo mentre vi spiego perché ho tre diversi browser installati sul mio telefono ed altrettanti sul mio pc, in combinazione con due diversi motori di ricerca, il tutto dopo una doverosa parentesi: precisiamo che un browser è un programma con il quale si naviga su internet, è di fatto il “macchinario” che carica ed interpreta le pagine, la grafica, il testo e così via, mentre un motore di ricerca è il servizio che interpreta le parole che gli scriviamo, restituendo i risultati che ritiene più pertinenti. Molte persone confondono le due cose perché per il concetto di browser non esiste una traduzione italiana, perché alcune funzioni vengono attribuite erroneamente allo strumento sbagliato (chi tiene traccia di cosa si è cercato, il browser o il motore di ricerca?), ma anche e soprattutto perché Google ha fatto casino con i nomi (che novità, eh? Sembra di rileggere “Omonima Servizi”, da NewsFromTheWeb n°17 - 2019) ed ha un sostanziale monopolio sia dei primi che dei secondi.

E qui rispondo già con la prima motivazione dietro alla scelta di utilizzare diverse soluzioni: per sfuggire a questo monopolio. Cercare tutto tramite la barra di Google, utilizzare Google Chrome come unico browser e dare in pasto la propria intera vita digitale ad una sola azienda è una cattiva idea esattamente quanto lo sembri alla prima impressione. Quindi perché non diversificare, sparpagliando le informazioni qua e là? Anche perché di alternative valide ne esistono: ad esempio per molte ricerche uso Ecosia, che è un motore di ricerca no-profit che utilizza i propri ricavi per piantare alberi, a differenza di Google che ovviamente con quei soldi ci paga i dividendi agli azionisti. Nulla di immorale, sia chiaro, ma se si può fare di meglio senza il minimo sforzo, perché privarsene?

Seconda motivazione: tenere ordinati e separati diversi ambiti. Se si fanno ricerche per lavoro potrebbe essere utile avere suggerimenti o risultati che non vengano inquinati da ciò che si è cercato per svago. E viceversa, ovviamente. Insomma: addestrare l’algoritmo, fornendo via via informazioni utili a costruire una sorta di profilo che corrisponda a quanto vorremmo davvero ricevere come risultato o come suggerimento in base alla situazione.

Al terzo posto troviamo la compatibilità dei siti web e l’efficienza: non tutti i siti si visualizzano nello stesso modo su browser diversi, ed in alcuni casi potrebbe essere più utile visitare alcuni siti con uno ed altri con altri. Firefox o Safari (per chi ha un dispositivo Apple) li uso in quanto più rapidi e leggeri di Chrome, che però è lo standard e quindi risulta necessario per caricare correttamente alcuni siti (soprattutto quelli sviluppati in maniera, per rimanere diplomatici diremo “meno attenta”. Sì, siti della pubblica amministrazione, sto parlando di voi). Poi ci sono le estensioni, come ad esempio quelle che rimuovono la pubblicità, che alcuni siti non tollerano: invece di attivare, disattivare, trafficare con i filtri ogni volta, in questo caso basta visitare i siti interessati con un browser senza le estensioni e navigare con l’altro per tutto il resto. Insomma, può sembrare complicato ma, fidatevi, risulta più comodo così.

Punto numero 4, e qui veniamo al titolo dell’articolo: l’algoritmo ha fame, ma cerca di venderci la sua voracità come un tentativo di farci un favore. Quando apriamo il browser potremmo trovare dei siti suggeriti, quando cerchiamo qualcosa potremmo trovare comodo l’autocompletamento dei risultati, il fatto che le pagine mostrate siano personalizzate in base ai nostri interessi ed in base a quanto cercato in precedenza. È tutto cucito su misura, e magari sincronizzato tra pc e telefono, che bello! Poi cerchiamo un’informazione su una hit estiva di qualche anno fa, perché parlandone con un amico non ricordavamo bene in che anno fosse uscita, e ci ritroviamo per giorni canzoni di quell’artista suggerite su YouTube, info sulla band in mezzo a risultati che non c’entrano niente e pagine suggerite che parlano di quando compie gli anni il cantante o altro gossip spazzatura sul tema. Molti di questi collegamenti non sono così palesi, ma nel momento in cui si inizia a farci caso la cosa diventa rapidamente nauseante.

E pensare che sarebbe bastato cercare l’anno di uscita di quella canzone con un browser privato, in una finestra in incognito o semplicemente su un altro browser, anche uno qualsiasi, tanto l’importante è tenere separate le cose.

Un’unica accortezza: tenere d’occhio i propri profili personali. Perché facendo l’accesso con il proprio account Google su tutti i browser, anche se diversi tra loro, si rischia di vanificare parte del lavoro. Quindi attenzione ai vari messaggi che all’apertura di un nuovo browser invitano ad accedere con la propria mail: basta dire di no, tanto su internet ci si può andare lo stesso, senza dover per forza dichiarare sempre le proprie generalità.

Almeno per ora.

(Ah, e non vi preoccupate, torneremo presto a parlare di browser e di estensioni! O forse sì, fareste meglio a preoccuparvi…)