In un brano rap di qualche anno fa troviamo la frase che fa da titolo a questo articolo. I rapper giocano con le parole, con il loro significato e con i suoni, quindi perdoneremo questo tentativo di rima (più un’assonanza a dire il vero) internazionale tra “nove” e “over”. Ciò che non va perdonato, però, è l’uso quotidiano del concetto di T9 usato a sproposito o come scusa per coprire altre mancanze.

Ma andiamo con ordine: Il T9 (abbreviazione di Text on 9 keys) è quel sistema di scrittura predittiva nato negli anni ’90, adottato dai cellulari con tastiera numerica da 1 a 9. Aumentava di molto la velocità di composizione dei messaggi dato che permetteva di premere i tasti (che erano associati a 3 o 4 lettere ciascuno) una sola volta e si preoccupava di scegliere autonomamente il carattere corrispondente in base a quale fosse la parola più probabile da associare a tale sequenza. Inutile dire che ovviamente io lo disattivavo regolarmente ogni volta che cambiavo telefono perché non sopportavo che suggerisse parole comuni diverse da quelle che avrei voluto usare ed era per me snervante dover continuamente cancellare e correggere a mano ogni cosa, ma mi rendo conto che si tratta di una mia peculiare abitudine: per la maggioranza delle persone si è rivelato uno strumento utile, quasi indispensabile. Tant’è che, con l’avvento degli smartphone e delle tastiere QWERTY touch, è stato comunque reintrodotto un sistema di autocorrezione, autocompletamento e addirittura di suggerimento predittivo delle parole. Oltre, ovviamente, al geniale brevetto che consente ai nostri telefoni di pochi centimetri di larghezza di ospitare una tastiera che normalmente sarebbe larga 5 o 6 volte tanto: in pratica, sebbene visivamente sembrino tutti grandi uguali, i tasti virtuali cambiano continuamente dimensione nella loro area di attivazione, in base a quali saranno le lettere più probabili nella sequenza.

Nell’immagine di esempio, dopo aver scritto “cactu” il sistema si aspetta una “s” finale, quindi sebbene il tasto sembrerà identico a quelli vicini, sarà più facile da premere, come se fosse più ampio ed in parte persino sovrapposto alle lettere vicine (chi vorrebbe mai scrivere “cactua” o “cactud”?).

Insomma, saranno almeno 30 anni che scrivere è diventata un’esperienza quantomeno assistita dalle macchine, almeno laddove non è ancora stata del tutto soppiantata da esse. Ma nonostante il sistema che usiamo ora abbia poco o nulla a che fare con quello del secolo scorso, la gente continua a chiamare l’autocorrezione “T9”, un po’ sulla falsariga dell’icona per salvare i file che è spesso ancora rappresentata dall’immagine di un obsoleto floppy disk. In fondo è rassicurante poter contare sulle tradizioni, su cose che si conoscono da tempo, alle quali ci si è abituati. Non tutti riescono a rimanere al passo della tecnologia che si evolve rapidamente ed un punto fermo fa comodo per capirsi tra generazioni, tra persone con diversi percorsi culturali e così via. Ma, come spesso tendo a ripetere all’interno di questo periodico, il rischio è che prima o poi si finisca per chiamare le cose con il nome sbagliato, per confondere certe funzioni con altre. E magari con l’approfittarne per accampare scuse.

Questo perché se il T9 originale era per forza di cose estremamente limitato (banalmente dalla potenza di calcolo dei cellulari dell’epoca, oltre che dal numero di tasti) ed era pensato per consentire la scrittura di messaggi limitati a 160 caratteri, quello che utilizziamo ora è un sistema radicalmente diverso, che dovrebbe consistere in una serie di aiuti, di supporti alla scrittura, ma non sostituirsi ad essa. Per esempio: il T9, se attivo, funzionava costantemente, per ogni singola parola scritta. L’autocorrezione e il suggerimento predittivo moderni in teoria no, cioè ovviamente lavorano in ogni secondo, ma dovrebbero “entrare in funzione” solamente quando si sbaglia a digitare qualcosa o per completare o sostituire una parola lunga già quasi totalmente scritta, di certo non per i pronomi o gli articoli determinativi. È proprio il concetto di fondo a cambiare, ma è una differenza forse troppo poco marcata per essere rilevante agli occhi degli utilizzatori, o forse il termine T9 in fondo è l’unico che conosciamo, è breve e veloce da comunicare. E nel frattempo si è perso completamente il valore dei testi scritti, della grammatica, della punteggiatura, tanto che ormai leggere frasi totalmente senza senso, piene di errori di battitura, completamente prive di virgole ed accenti è diventata la norma.

In fondo, perché faticare per inserire gli accenti o la punteggiatura? Se il sistema non me li suggerisce, li posso saltare direttamente. O, peggio ancora, se il sistema me li suggerisce li lascio senza farci troppo caso (quante volte mi sarà capitato di leggere messaggi del tipo “Arrivò!” al posto di “Arrivo!”, credo di aver perso il conto…)

Tanto alla fine basterà incolpare un T9 che non esiste più e che tutti hanno dato per assodato scrivere al posto nostro, perché in fondo si presta poca attenzione quando si digita, ma ancora meno quando si legge.