La storia di Honey, di uno scandalo esploso nel dicembre 2024, che dovrebbe dirci molto sulla nostra società. Quando pensiamo al miele, pensiamo a qualcosa di dolce, a qualcosa di valore; in lingua inglese è l’appellativo con cui molti chiamano il proprio partner (l’equivalente dell’italiano “tesoro”). Eppure in informatica ha un’accezione molto più negativa. Appare quindi curiosa la scelta per il nome di questa startup, acquisita nel 2020 da PayPal per la mirabolante cifra di 4 miliardi di dollari. E che poi ha truffato oltre 20 milioni di persone per un importo probabilmente ancora maggiore.

Partiamo dall’inizio: cos’è e come funziona Honey? Anzi, da ancora prima: cos’è e come funziona Internet? Non intendo tecnicamente, per quale magia oscura immagini e suoni giungono dai server oltreoceano al palmo della nostra mano, ma parlo più a livello sociale, di funzionamento “umano” e soprattutto come modello di business.

Per stare su internet non si paga nulla, a parte il costo irrisorio della bolletta del proprio operatore. Dico irrisorio perché, se parliamo del mercato italiano, 5/6 € al mese sono sufficienti per navigare quasi senza limiti ed è chiaro che una cifra come questa non può lontanamente coprire i costi dell’infrastruttura, al massimo dell’ultimo anello di una lunga catena. Ma i costi dei server, il costo sostenuto da chi crea i contenuti sul web, il costo delle grandi reti che stanno al di sotto di tutto questo, che fanno da fondamenta alla più grande infrastruttura che l’umanità abbia mai eretto necessitano ovviamente di essere coperti in altri modi. Certo, ci sono alcuni servizi in abbonamento, e certo alcune opere vengono finanziate a livello istituzionale o con donazioni, ma sappiamo tutti che la base di come funziona internet è la stessa che ha sorretto la televisione per decenni: la pubblicità. Ci sono i cosiddetti banner, sia quelli che stanno a lato dei contenuti sia quelli invasivi, da eliminare con delle x spesso minuscole e scomodissime da cliccare, ci sono gli spot prima, dopo, durante i video, ci sono gli influencer, c’è praticamente di tutto. Siti, organizzazioni o singole personalità della rete che mostrano prodotti, parlano bene di marchi, propagandano messaggi dietro compenso. Ci sono piattaforme che si tengono una fetta del guadagno (e con essa ci pagano la bolletta della luce, per intenderci), intermediari, commissioni sui pagamenti… chiunque cerca di mettere le mani su qualche briciola, anche perché altrimenti per quale motivo dovrebbero starsene a fare tutta questa fatica? Non parliamo di ONG, parliamo di aziende, di affari, e la domanda da porsi è sempre la stessa: da dove arrivano i soldi? In questo scenario, nella Los Angeles del 2012 venne fondata un’azienda chiamata Honey, che si occupò fin da subito di una sola cosa: fornire agli utenti un modo comodo per risparmiare mentre facevano acquisti in rete. A parole sembrava tutto piuttosto semplice: bastava installare un’estensione sul proprio browser ed essa si sarebbe occupata, al momento della “chiusura del carrello”, di applicare automaticamente eventuali codici sconto e coupon trovati in giro per il web. La promessa era: avere sempre automaticamente il prezzo migliore, senza fare fatica, senza doversi preoccupare di cercare i coupon, confrontare tra loro gli sconti e così via. Il tutto, ovviamente, gratis.

Nel corso degli anni questa funzione si è mano mano diffusa, molti creatori di contenuti ne hanno parlato, spesso pure pagati per farlo, ed il numero di utilizzatori è arrivato a toccare i 20 milioni. Poi, nel 2020, PayPal ha messo sul piatto 4 miliardi di dollari e si è portata a casa l’intera baracca. 4 miliardi di dollari, un mucchio di soldi per un’estensione per browser completamente incapace di generare utili, no?

E infatti…

Nel mondo delle truffe una HoneyTrap (“trappola del miele”) è un metodo di coercizione che consiste nella seduzione per estorcere denaro, informazioni o per influenzare il bersaglio. In informatica un HoneyPot (“barattolo di miele”) è un altro tipo di trappola, in questo caso architettata in modo che l’hacker o comunque colui che tenta di infiltrarsi in un sistema finisca invece in un “contenitore” virtuale fittizio, spesso strutturato in modo che non sia possibile uscirne e magari in modo che questo renda identificabile l’intruso. In entrambi i casi il miele può essere inteso sia come esca, qualcosa di dolce che attira l’attenzione, sia come sostanza appiccicosa dalla quale è poi difficile staccarsi una volta caduti nella trappola. Detto questo, il nome scelto per questa società appare perfettamente azzeccato, alla luce di quanto combinavano effettivamente dietro le quinte, all’insaputa dei consumatori e degli stessi influencer che ne propagandavano l’uso. In molti si aspettavano che la fonte di guadagno fossero la classica estrazione e rivendita dei dati, delle abitudini di acquisto, la profilazione degli utenti a scopo di marketing mirato eccetera eccetera. Il che non sarebbe esattamente il massimo della vita, ma diciamo che ormai il web è talmente pieno di ‘sta spazzatura che come utenti ci siamo abituati ad averci a che fare, forse anche perché ci siamo individualmente convinti di esserne immuni, non percependo il rischio di poter essere influenzati da chi conosce i nostri gusti (rischio che evidentemente c’è, altrimenti non sarebbe un business tanto profittevole).

Ma la notizia è che oltre a questo Honey faceva ben altro: la prima cosa interessante è che di fatto andava a rubare direttamente dagli influencer, anche dagli stessi che aveva pagato per farsi reclamizzare, ovviamente a loro insaputa. Questo perché spesso gli influencer, quando pubblicizzano dei prodotti, propongono i cosiddetti link di affiliazione per fare in modo che il proprio pubblico che acquista grazie al proprio lavoro venga tracciato e la commissione venga poi riconosciuta, proporzionalmente, da parte del sito responsabile dell’effettiva vendita. Honey si inseriva in questo meccanismo, sostituendosi di fatto a qualsiasi codice che trovava in giro ed auto-attribuendosi i meriti di qualsiasi acquisto fatto da chi aveva l’estensione installata sul proprio dispositivo. Qualsiasi acquisto, su qualsiasi sito, in qualunque momento. Gravissimo, certo, ma potremmo anche riderne perché questo furto aveva come vittime gli influencer, non gli utenti comuni, e potremmo anche non provare empatia per una categoria che da questo sistema ne ha sempre tratto un profitto (in questo caso sensibilmente intaccato, ma pur sempre un profitto). L’altra metà del lavoro consisteva però nel danneggiare proprio gli utenti, tramite un sistema ancora più subdolo. Mi sono sempre chiesto come i vari negozi digitali potessero permettere o anche solo tollerare la presenza di un sistema come Honey, che di fatto andava a scontare automaticamente ogni vendita per la quale esisteva anche un solo coupon, anche il più sconosciuto. Semplice: perché non lo faceva. In molti casi si è scoperto che Honey si accordava con i negozi, fingendo di non trovare coupon o proponendone di fittizi, con sconti irrisori, al posto di veri coupon che, con un po’ di ricerca, i clienti avrebbero anche potuto trovare in giro e utilizzare per ottenere sconti più sostanziosi. Cioè, basandosi sulla pigrizia degli acquirenti, i negozi virtuali più grandi avevano trovato un modo per contrastare il fenomeno dei coupon, facendolo sembrare uno strumento a favore dei consumatori. Diabolico.

Ho atteso praticamente un anno dall’inizio di questo scandalo, emerso tra l’altro grazie al lavoro di uno youtuber che ha confezionato un’indagine molto dettagliata, poi ripresa e confermata da diverse testate, perché ero curioso di vedere quali sarebbero stati i risultati. E la vera notizia è che di cambiamenti radicali se ne sono visti pochi.

Come ci si poteva aspettare, gli influencer in questione hanno smesso di pubblicizzare il servizio o ne hanno direttamente preso le distanze con un certo sdegno (soprattutto una volta realizzato quanto gli era stato loro sottratto) ed ovviamente il numero di utenti è calato vertiginosamente (si parla di oltre 3 milioni di disinstallazioni solo nel primo giorno dall’uscita del video). Alcuni cittadini hanno anche intentato una class action contro PayPal, proprietaria del marchio e quindi responsabile di questa vicenda (viene difficile credere che i dirigenti della società ne fossero all’oscuro, al momento dell’acquisto da 4 miliardi di cui sopra), ma pare che a novembre del 2025 la causa si sia arenata, per via della difficoltà nel dimostrare che quei soldi sono stati sottratti in modo illegittimo.

E… basta. L’estensione è ancora disponibile, continua più o meno a funzionare come prima, milioni di persone la usano ancora, convinte di risparmiare qualcosina. Non ci sono stati ban, non c’è stata una campagna mediatica particolarmente rumorosa, al punto che sospetto che gran parte di chi mi legge potrebbe non aver mai sentito parlare di questa storia, nessuno ne ha pagato le conseguenze e anzi c’è chi ci sta ancora guadagnando proprio in questo momento.

Chiaro che, se i consumatori sono pigri e disinformati, possiamo fare ben poco e, sotto sotto, forse un po’ il raggiro se lo meritano, penserà qualcuno tra i più maliziosi e cinici. Ma a me personalmente preoccupa che siamo arrivati al punto in cui truffe come queste possono accadere alla luce del sole, venire portate avanti da aziende perfettamente legittime e di cui tutti si fidano, scoppiare senza conseguenze, mentre il resto del mondo va avanti e tutti ci abituiamo lentamente al fatto che questa sia la nuova normalità. Senza che vengano sviluppati anticorpi al fenomeno, senza che le regole vengano riscritte. Anche perché in questo caso non è stata violata nessuna norma, non solo a livello di Legge, ma proprio a livello di termini e condizioni delle piattaforme stesse. È stata sfruttata la pigrizia dei consumatori ed una serie di cavilli sul funzionamento dei link di affiliazione, ma era tutta roba perfettamente legittima e che non è stata cambiata di una virgola, nonostante tutto. Credo che questo rappresenti un pericoloso precedente.

Ho atteso un anno ed un giorno per pubblicare questo articolo. E per fortuna! L’altro ieri è passato per le mani delle mie due correttrici di bozze e stavo per inviare la newsletter, giusto in tempo per proporla come un personale regalo di Natale, quando… MegaLag, ovvero lo YouTuber autore dell’inchiesta nominata in precedenza, è tornato. Si sapeva che non fosse morto (cosa che alcuni avevano sospettato e non ironicamente, visto quanto rivelato alla fine del 2024), ma non aveva più pubblicato nulla sul proprio canale da allora. Uno YouTuber che non pubblica nulla su YouTube per un anno, strano.

Ecco: nel momento in cui sto scrivendo questa postilla è uscito da qualche ora un nuovo video, di oltre 50 minuti, contenente un ulteriore approfondimento sulla vicenda. Egli racconta che gli avvocati di PayPal hanno minacciato di fargli causa, il che ha rallentato il suo lavoro d’inchiesta, ed ha raccolto numerose altre interviste, analisi di esperti informatici e testimonianze, andando così a rafforzare la tesi sostenuta inizialmente, aggiungendo inoltre altri tasselli a questa vicenda (parla ad esempio di molte piccole attività commerciali che sono state anch’esse colpite da uno schema quasi mafioso di ricatti da parte della piattaforma, di altre app simili che hanno iniziato a copiare il meccanismo e a farsi la guerra tra loro per attribuirsi i coupon, del fatto che molti minorenni hanno utilizzato il servizio sebbene fosse contro le regole e che la stessa compagnia ha bersagliato appositamente un pubblico di minori per aumentare la diffusione di questo software e la relativa raccolta dati illegittima… C’è molto altro, e per un approfondimento sul tema consiglio di visitare direttamente la fonte originale).

Dopo poche ore un altro milione abbondante di utenti ha disinstallato Honey e probabilmente molti altri lo faranno nei prossimi giorni. Una nuova ondata di commenti negativi ha ripreso ad intasare i canali e i forum di addetti ai lavori. Forse altre class action verranno innescate da queste ulteriori prove. Ma l’esperienza che possiamo portarci a casa, ciò di cui dovremmo fare tesoro, è che il sistema è imperfetto nelle sue fondamenta e non basta una singola inchiesta, un singolo caso, per farci rendere conto di quanto siano fragili internet ed il nostro modello di società, di quanto la rete sia permeabile ai comportamenti scorretti, talvolta persino illegali, di grandi corporazioni o singoli utenti malintenzionati. La scorciatoia, il guadagno più facile o sempre più in grande, in poche parole l’avidità: è questo il vero motore della nuova internet.

Di questa nuova dolce internet.