Forse in pochi ricorderanno che, quando fu presentato nel 2007, e nel suo primo anno e mezzo di vita, l’iPhone non aveva le app. So che sembra difficile da credere, ma il mondo per come lo conosciamo, in cui tutto si basa sulle applicazioni per smartphone, meno di due decenni fa non esisteva. Quel telefono, capostipite di una generazione di dispositivi che hanno segnato un’epoca, veniva venduto con tutte le (poche) funzionalità già disponibili al suo interno: non esisteva un negozio da cui scaricare le app, non esisteva quell’enorme mercato che oggi dà lavoro ad oltre 5 milioni di sviluppatori indipendenti, non esisteva nemmeno il concetto di app. Certo, si trattava di una mancanza, di un grosso limite di cui Steve Jobs si rese conto abbastanza velocemente, e il rimedio che ne seguì ebbe un grande successo: nel 2008 Apple presentò l’App Store (che ancora oggi tutti chiamano Apple Store, ma eviterò commenti al riguardo…) e contestualmente su Android si affermò il suo equivalente, il Google Play Store (o Google Store, o Android Market, o semplicemente Play Store, che tutti, puntualmente, non sanno come chiamare).

Solo nei primi 4 anni di vita dell’App Store, le applicazioni scaricate superarono la gargantuesca cifra di 35 miliardi e vennero sviluppati programmi in grado di fare praticamente ogni cosa immaginabile. Fin da subito, Apple propagandò questa rivoluzione tramite una campagna pubblicitaria molto efficace, dal titolo “There’s an App for that” (“C’è un’App anche per questo!”), dove appunto venivano mostrati diversi esempi in cui numerose applicazioni, tra le più disparate, erano in grado di risolvere esigenze delle persone comuni, o di migliorare la vita o una specifica attività, anche all’utente con l’hobby, il lavoro o la necessità più particolare.

Ed oggi ci ritroviamo in un mondo in cui, per le prenotazioni, sia al ristorante sia dal medico, per gestire il proprio denaro, per far funzionare casa ed automobile, per tenere traccia dei propri oggetti o dei propri affetti, l’utilizzo di queste App risulta, di fatto, obbligatorio.

Ma vorrei concentrarmi su quel magico periodo, quei primi 2 anni di vita degli smartphone in cui le App non esistevano; per chi non se li ricorda, immagino che la domanda sarà sorta spontanea: se non c’erano le applicazioni, cosa ci si poteva fare con i telefonini? A cosa potevano servire? Intanto dobbiamo considerare che, come accennato, alcune “app” erano di fatto già presenti: fotocamera e galleria delle foto, messaggi, posta elettronica, rubrica, calendario, mappe, meteo, musica, calcolatrice e note. Insomma, le basi c’erano. Ma soprattutto, c’era il browser per navigare in internet.

Pensiamo a tutte le funzioni per cui oggi utilizziamo un’app: consultare i social, leggere notizie, guardare video, comunicare con gli altri, prenotare un appuntamento o acquistare un prodotto su una piattaforma… Tutte funzioni che vengono agevolate dalle app, rese comode dalle app, ma che si potrebbero svolgere anche su una pagina web. E di cui, quindi, si poteva tranquillamente usufruire anche sul primo iPhone, quello senza le app.

Certo, con l’avvento delle App l’esperienza d’uso è migliorata drasticamente, per tutta una serie di fattori che vanno dal fatto che i dati rimangono salvati (per andare sui social non è necessario inserire la password ogni volta), dal fatto che alcune app funzionano anche senza connessione ad internet ed ovviamente per via dell’interfaccia, dei gesti e dei bottoni, che sulle app sono ottimizzati per lo schermo touch e per le dimensioni degli smartphone. Nessuna persona sana di mente tornerebbe indietro, considerando quanto certi siti siano scomodi da navigare da telefono. A fronte di quali vantaggi, poi?

Ecco, in realtà qualche vantaggio ci sarebbe.

Se, per il primo iPhone, Steve non aveva inizialmente previsto un App Store, non era solo per via della complessità tecnica (e “politica”) che la creazione di una simile piattaforma avrebbe comportato, non era solo per il fatto di non aver saputo prevedere il fenomeno (ed il potenziale guadagno) che ne sarebbe seguito: si è trattata di una scelta deliberata, e con alcune buone ragioni. Valide a suo tempo, ma altrettanto interessanti oggi.

Partiamo dalla prima: le app occupano spazio, le pagine web no. Può sembrare una banalità, ma se consideriamo che il primo iPhone aveva pochissimo spazio libero in memoria (circa un centesimo di un modello attuale), l’idea di avere a disposizione le stesse funzionalità, senza occupare preziosi Megabyte sul telefono diventa improvvisamente più sensata. E rimane sensata oggi, dato che anche il peso delle stesse App è cresciuto a dismisura negli anni: per fare un esempio, installare l’app di Facebook occupava tra i 10 e 30 MB, praticamente niente in confronto ai 460 di oggi (che possono superare i 1700MB, se consideriamo anche quanto spazio si riserva la cache). Parliamo di quasi 2 GB di spazio, praticamente metà dell’intero iPhone originale, occupati solo da una singola app, quando esiste la possibilità di consultare lo stesso social da browser, anche se più scomodamente, certo.

Ma un esempio più efficace posso offrirlo pescando direttamente dalla mia esperienza personale, che (come chi mi conosce, sa bene) non contempla l’uso dei social, al di fuori di uno: YouTube. La piattaforma per vedere video è ovviamente disponibile sotto forma di App, ma anche di sito web, e in maniera controintuitiva offre un’esperienza nettamente superiore se consultata nel secondo modo. Oltre allo spazio (non indifferente pure in questo caso) risparmiato, infatti, l’uso tramite browser consente l’utilizzo di alcune funzioni che sull’app ufficiale sarebbero a pagamento, come ad esempio l’ascolto di video a schermo spento, in modalità PiP (Picture in Picture, ovvero con la miniatura del video in un angolo dello schermo, mentre si fa dell’altro) e senza pubblicità. E no, prima che pensiate a strane app che giravano su Android anni fa e che permettevano di “hackerare” YouTube, specifico che non c’è nulla di strano sotto: basta guardare i video da un browser come Firefox Focus, che ha questa serie di funzionalità integrate al suo interno (e pesa solo 77 MB). Ecco, immaginiamo di sostituire anche solo 5 o 10 app in questo modo, con un solo browser leggerissimo, in grado di fare tutto e in alcuni casi persino meglio. Che liberazione!

Per fare un altro esempio, la compagnia telefonica Iliad, ormai presente in Italia da quasi 10 anni, ha sviluppato solo di recente una sua applicazione, di quelle che si usano per monitorare i consumi telefonici, per ricaricare o per cambiare l’offerta. Fino a poco tempo fa, si erano limitati a fornire un’area clienti via browser che fosse facile da consultare e suggerivano di salvarla come icona sul proprio telefono, come se fosse un’App, ma appunto senza il peso dell’app.

Questa cosa di salvare le pagine web come app esiste da tantissimo, sia su iOS che su Android, ma non si è mai capito per quale strano motivo tra gli utenti la cosa non ha mai attecchito, e alla fine Iliad ha di fatto dovuto accontentare i suoi clienti, creando un’app solamente perché “la gente la chiedeva”. Inutile dirvi che io, ovviamente, non l’ho mai scaricata e continuo invece a tenere salvata la pagina web, che continua a funzionare perfettamente.

Insomma, anche a parlare di questo fenomeno, mi ritrovo, come per tanti altri articoli prima di questo, a concludere con la seguente riflessione: un modo migliore ci sarebbe, ma vuoi per abitudine, vuoi per pigrizia o semplicemente per ignoranza, lo standard viene fissato più in basso, perché il mercato alla fine si adegua ai gusti della clientela che, come dice il detto, “ha sempre ragione”. Anche quando ha torto.