Negli ultimi anni stiamo assistendo a una sorta di declino di Apple: se prima i suoi prodotti erano percepiti come qualitativamente superiori rispetto alla media, oggi è il potere del marchio e della moda il principale motore delle vendite.
Risulta sempre più difficile consigliare un iPhone o un Mac, con i prezzi sempre in crescita e ormai validissime alternative della concorrenza, che è stata molto abile a cancellare il divario hardware e soprattutto software.
Che poi, in realtà un vero e proprio divario hardware non è mai esistito, anzi: i prodotti della mela sono sempre stati abbastanza nella media da questo punto di vista, spesso anche di molto inferiori (un esempio su tutti la Ram degli iPhone, anche di 8 volte inferiore rispetto ai telefoni concorrenti). Ma almeno dal lato software le differenze si sono sempre viste, vuoi perché Microsoft si è sempre messa il bastone tra le ruote da sola e vuoi perché Android è nato più libero rispetto ad iOS, ma anche molto più instabile e incasinato.
Ma ora non più: Windows 10 è discreto, fa il suo mestiere, e Android ha raggiunto una certa maturità, specialmente in alcune distribuzioni particolarmente attente alle prestazioni e al design. In questo panorama, cosa permette alla Apple di mantenere ancora il primato tra le società tech? Il terzo pilastro nel mondo dell’informatica, ovvero i Servizi.
Se spiegare l’hardware è semplicissimo, e far comprendere il software è leggermente più impegnativo, la sfida nel parlare di servizi è decisamente di un altro livello. Spesso leggo delle argomentazioni e spiegazioni troppo semplicistiche, che tendono a banalizzare il tutto con il concetto degli abbonamenti a pagamento: canone mensile per l’affitto di spazio su cloud, per Netflix e altre piattaforme video, per la musica, per riviste e giornali, per i giochi e così via. In un mondo che si divide in due fazioni opposte: da una parte chi odia tutto ciò, interpretandolo come una forma di moderna schiavitù e dall’altra la maggioranza delle persone che, piano piano, abbraccia questi abbonamenti e li reputa convenienti rispetto all’acquisto di riviste e dvd fisici.
Ma i servizi non sono solo questo, non è solo l’aver trasformato il giornale di carta in un equivalente elettronico, identico in tutto e per tutto se escludiamo il fatto di non poterlo tenere in mano. I servizi sono tutto ciò che è legato al mondo del web, alle piattaforme che fanno funzionare i nostri prodotti connessi, al supporto nel tempo, sia hardware sia software, insomma tutto quello che concerne la gestione e la manutenzione di questa enorme infrastruttura. E dato che parliamo di un mondo completamente privato, non è come una rete stradale o di scuole, dove magari con pochi fondi e in modo approssimativo, ma almeno i lavori li fanno. No, qui parliamo di un mondo dove se un’azienda fallisce, o semplicemente decidere di tagliare un ramo perché non più redditizio, questo si ripercuote su milioni di utenti che si ritrovano improvvisamente con dei fermacarte.
È capitato a tanti servizi, come alcuni di BikeSharing, con le biciclette inutilizzate sparse qua e là, quelle che un giorno prima erano utili a molti pendolari e che ora si sono repentinamente trasformate in rifiuti vaganti. Ma anche a società informatiche più importanti: è il caso di molti servizi di Google e Microsoft, aziende quotate quasi al pari di Apple, che hanno una politica molto instabile relativamente ad alcuni progetti.
Di recente avevo accennato ai vari Hangouts, Allo, Plus e Duo di Google, in parte doppioni di loro stessi e per questo aperti e chiusi (o in via di smantellamento) in tempi brevi. E nel caso di Microsoft c’è tutto quel cataclisma attorno ai Lumia e a Windows Mobile, imploso su se stesso nel giro di pochissimo, con anche altri prodotti come Groove Music (servizio di streaming musicale) e vari braccialetti fitness, fino al giorno prima in vendita nei negozi e poi protagonisti dell’annuncio di chiusura della divisione che se ne occupava.
Alcuni utenti sono stati rimborsati, ad altri è stato offerto un passaggio a servizi concorrenti ad un prezzo agevolato, ma resta il fatto che chi era abbonato lì ha perso tutto e chi si era abituato ad usare il bracciale durante i suoi allenamenti si è visto costretto a chiuderlo in un cassetto polveroso perché inutilizzabile.
Insomma, a differenza di quanto accadeva in passato, oggi gli aggiornamenti, il supporto e la manutenzione dei server sono aspetti fondamentali nell’uso di quasi tutte le cose che siano anche di poco più avanzate di un tostapane.
E nonostante si parli di un qualcosa di molto etereo agli occhi del pubblico, è comunque un settore molto costoso da tenere in piedi, molto delicato e legato alla solidità dell’azienda che lo gestisce.
Per ora la grande distribuzione punta ancora molto su prodotti economici, poco affidabili e poco durevoli nel tempo, ma quando diventerà chiaro agli occhi di tutti che il valore dei servizi è importante al pari di hardware e software, Apple potrà vantare un’esperienza nel settore ed un'affidabilità non indifferente.