Personalmente non credo di stare scrivendo in modo professionale: sia dallo stile, sia per gli argomenti trattati risulta evidente che questo mensile non-mensile è più un mio flusso di pensieri che una vera e propria pubblicazione.

Ciò non toglie che come filosofia di fondo cerco di seguire la qualità e non la fretta di produrre quantità, che sia in grado di soddisfare velocemente il mio ridottissimo pubblico, fortunatamente ben lieto di ricevere i miei scritti in ritardo, se questo si traduce in una maggiore cura.

A dire il vero la riflessione sulla “gatta frettolosa” in ambito professionale l’ho avuta facendo alcuni servizi fotografici non pagati: chi conosce l’ambiente sa che i committenti, soprattutto quando il lavoro è gratis e non ci si aspetta chissà cosa in termini di qualità, spesso insistono per avere gli scatti il prima possibile, anche subito, appena finito l’evento.

Questo perché non sanno, o non sono interessati a sapere, che una parte importante del lavoro, che si tratti di incidere un disco, scattare delle foto o scrivere un articolo, sta nella post-produzione, nella levigatura, nei piccoli aggiustamenti.

E non parlo di Photoshop: dei normali ritocchi ai valori di un’istantanea o all’equalizzazione di un brano non devono essere visti come un trucco, un’alterazione della realtà, ma fanno parte della qualità del prodotto, dell’attenzione per i dettagli.

È un discorso che vale sempre, dalle foto del matrimonio reale fino al filmino delle vacanze. Con i social ormai si è completamente sdoganata la condivisione in diretta di ciò che succede, delle immagini e dei pensieri, senza filtri, senza rielaborazione: bastano un paio di filtri automatici a casaccio e il correttore (che molti, nel 2019, si ostinano erroneamente a chiamare T9) e il gioco è fatto.

Tanto, in quell’oceano di contenuti che è oggi il web, non frega a nessuno del come essi vengono portati, se le immagini sono sfocate, i testi sgrammaticati, se i video sono girati in verticale, mossi e dall’audio incomprensibile.

Vince chi arriva primo, quella è l’unica cosa che conta.

Che poi, non è che forse ci siamo ridotti ad adorare dei micetti ciechi perché anche noi non brilliamo per le nostre diottrie?