Le patenti di guida non sono sempre esistite: nei primi anni di diffusione dei veicoli a motore chiunque potesse permetterseli non doveva far altro che andare al negozio che li vendeva o direttamente alla piccola officina dove venivano prodotti, pagare e portarsene a casa uno.

Diciamo che la situazione non era tanto diversa da quella in cui si trova oggi chi vuole comprarsi un tosaerba o una lavastoviglie: le istruzioni sul funzionamento sono spiegate per sommi capi dal venditore o magari da un semplice manuale di istruzioni e nessuno verrà a controllare come usi l’attrezzo, se metti in pericolo te stesso, altre persone o provochi danni in giro per il cortile (con il tosaerba, non con la lavastoviglie, s’intende).

La differenza principale sta nel fatto che le automobili sono molto più potenti di un normale attrezzo del Brico e soprattutto che vengono usate su suolo pubblico, in mezzo al traffico, con tutti i rischi che ne conseguono.

Verso la fine dell’800 infatti, con l’aumento del numero di vetture, della velocità e degli incidenti, fu l’opinione pubblica a chiedere ai singoli Stati, un po’ dappertutto, di introdurre delle regole e soprattutto delle prove in grado di selezionare la platea dei guidatori.

Per quanto riguarda l’Italia sono passati quasi 120 anni dai primi documenti rilasciati a Torino e c’è da dire che i cambiamenti introdotti in questo secolo abbondante sono relativamente pochi. O meglio, che anche in questo settore il mondo là fuori sembra essere mutato più rapidamente di quanto la burocrazia non sia stata in grado di fare per seguirlo.

Ed è in questi ultimi anni, con gli ultimi cambiamenti in atto, che si vedono o si iniziano a percepire delle vere distanze tra quella che è sempre stata la guida “classica” e quella che è (e sempre più sarà) la guida di questo secolo.

Sicuramente tra i cambiamenti più evidenti abbiamo l’elettronica, giunta sui veicoli molto prima che nelle case, ma superata nel corso dei decenni da computer, cellulari e una miriade di altri oggetti sempre più intelligenti. Dai, nei primi anni 2000 persino una stampante sembrava tecnicamente molto più avanzata di gran parte delle automobili in vendita nel periodo. Ma in questi ultimi anni, con l’espansione di ibridi, elettrici, sistemi di guida semi-autonoma, telecamere, sensori, automatismi sempre più spesso installati di serie anche sulle utilitarie, il mondo dell’automotive sta velocemente tornando al passo con i tempi.

Non solo, anche per quanto riguarda le infrastrutture stradali non è più tutto identico a qualche anno fa: di incroci semaforici non ne fanno più da parecchi anni e quelli esistenti vengono via via sostituiti da rotatorie e altre forme di incrocio a raso più evolute, vi sono ormai numerose forme automatizzate di controllo degli accessi ad alcune aree, di controllo della velocità e per il pagamento delle tratte (e non parlo solo di Telepass e Viacard, introdotti negli ultimi anni del ‘900, ma ad esempio del Free-flow a rilevamento automatico di targa introdotto nel 2015 sul tratto lombardo dell’Autostrada Pedemontana).

Insomma, sia dentro che fuori dall’abitacolo il mondo si sta evolvendo e complicando vistosamente: basta guardare la quantità di segnali di ogni tipo, ormai praticamente impossibili da leggere ed interpretare durante la guida, o a come si presentano oggi i cruscotti delle automobili, densi di simboli, display, pulsanti, leve e comandi che ricordano una cabina di un aereo di linea, da tanta roba ci sarebbe da tenere a mente.

L’aumento della complessità porta con sé un aumento delle potenzialità: molti più veicoli possono circolare molto più efficientemente, velocemente e con maggiore sicurezza rispetto al passato, e questo è sicuramente un passo in avanti.

Ma considerando che gli esami per il conseguimento della Patente non si sono evoluti contestualmente, ci troviamo davanti ad uno strano scenario: una volta acquisite le nozioni base (volante, cambio, pedali…) a Scuola Guida, l’utente finale si deve occupare in autonomia di imparare a conoscere e utilizzare correttamente il mezzo appena comprato, magari con l’aiuto del venditore o leggendo il libretto di istruzioni (di centinaia di pagine). E ci metterà anni ad imparare molte delle funzioni, non arrivando comunque mai neanche lontanamente alla completa padronanza dello strumento.

Cioè, siamo tornati alla situazione ottocentesca in cui non vi era controllo sul fatto che chi stava al volante sapesse quello che stava facendo e in cui la bravura alla guida non era uno standard obbligatorio, ma delegata alla buona volontà di ciascuno.

Qualcuno starà pensando che sarebbe impossibile obbligare per legge ogni guidatore a sostenere un esame specifico sulle funzionalità del proprio modello appena comprato, moltiplicando così i corsi, le prove e i costi per centinaia di volte, e il problema è che quel qualcuno avrebbe ragione: già ora la nostra società è incentrata sui veicoli e sulle strade, figuriamoci se dovessimo insegnare e controllare che chiunque sappia interpretare ogni spia, modificare ogni parametro, opzione e impostazione delle centinaia che ogni automobile porta con sé. Saremmo letteralmente schiavi delle macchine.

È altrettanto vero che faccio fatica a capire i molti che quotidianamente viaggiano consapevoli di non saper dare un significato alla maggior parte di ciò che vedono, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Insomma, come già detto per molti altri argomenti, penso che la soluzione stia in una cultura generale che consideri dei valori importanti la conoscenza e la padronanza del proprio veicolo, che tratti i vari strumenti tecnologici di cui dispone come i potenti mezzi che sono, da studiare con impegno e da non sottovalutare mai.

Può interessare una seconda parte?