Immagino che, giunti a questa seconda parte, sempre dedicata allo stesso argomento (qui la prima parte), “Basta 5G!” tra poco lo direte voi, cari lettori. Ma spero mi scuserete, visto che un altro articolo sul tema era doveroso: oggi parliamo di TV e del passaggio al Nuovo Digitale Terrestre.
No, non mi sono confuso, i due argomenti sono legati a doppio filo e il motivo è presto detto: il passaggio al Digitale di seconda generazione serve, tra le altre cose, a liberare una banda di frequenze che sarà poi occupata dalle reti 5G.
La TV lascia il posto a internet, sia in senso metaforico, sia proprio a livello fisico. Normalmente sarei qui a stappare Champagne, visto che personalmente sogno un futuro in cui la visione di contenuti sarà totalmente trasmessa tramite internet, con il superamento delle antenne, di pachidermi come Rai e Mediaset, con tutti i vantaggi che ne conseguono. MA, come già scritto nel precedente articolo sul 5G, sebbene non mi considero un luddista contemporaneo, non posso nemmeno buttarmi ad occhi chiusi addosso a qualsiasi novità mi capiti a tiro, specialmente se ci sono dei grossi punti interrogativi al riguardo.
Partiamo con il dire che la seconda generazione di tv digitale rimane comunque veicolata tramite onde radio emesse e ricevute da antenne: cambia la codifica, ma la sostanza rimane la stessa del secolo scorso, i programmi sono solo in diretta, i canali sono sempre quelli e la qualità rimane anni luce indietro rispetto a ciò che la rete internet ha da offrire. L’OnDemand, i film in altissima definizione e tutte le varie funzionalità smart di cui ormai sono dotati i televisori, continuano a derivare dalla loro connessione ad internet e, per quanto abbia una sua logica, mi lascia perplesso un sistema così complesso che necessita di entrambe le tecnologie: una moderna fibra ottica e un vecchio traliccio sul tetto, tenuto dritto con del fil di ferro. Ma mettiamo pure da parte questa mia questione più che altro estetica: resta il problema più gravoso, ovvero che qui stiamo parlando di sostituire un vecchio standard con un altro standard di poco più giovane, ma comunque non moderno.
Una delle principali differenze tra un’infrastruttura come quella televisiva e la rete internet sta nella flessibilità, che è una caratteristica fondamentale, soprattutto visti i cambiamenti degli ultimi anni.
Cerco di spiegarmi con qualche esempio: i canali del palinsesto televisivo sono qualche centinaio e modificano la loro posizione, il nome, cambiano gestione o vengono sostituiti di rado, nel corso degli anni. Le dirette disponibili su internet sono invece milioni, in costante cambiamento. Non solo vengono avviate o concluse migliaia di trasmissioni al secondo, ma variano anche le piattaforme e soprattutto i formati video, il “modo” con cui le immagini e i suoni vengono trasmessi. Questo consente agli utenti di accedere ad una scelta senza precedenti, in modo che siano i contenuti e i formati ad adattarsi ai gusti e agli schermi in modo efficiente, mentre parallelamente anche chi i contenuti li produce guadagna flessibilità e libertà, poiché non ci sono vincoli così stringenti riguardo alla tecnologia da utilizzare.
Banalizzando, il risultato di tutto ciò è che se si possiede un TV 4k si può sfruttare molto meglio la sua definizione tramite piattaforme come Netflix o paradossalmente YouTube, in ogni caso tramite internet, rispetto alla televisione tradizionale (digitale o via satellite), che ancora non ha raggiunto nemmeno il gradino inferiore, ovvero un 1080p decente (il divario tra canali come ad esempio Rai Cinema HD e un video su Youtube può anche essere superiore ad un rapporto 1/20, giusto per dare un’idea).
E il passaggio al nuovo digitale terrestre non risolve questo problema, dato che i nuovi canali “in HD” sono solo in alcuni casi meglio dei precedenti e vengono comunque ampiamente superati da ciò che su internet si vedeva già più di 10 anni fa. Questo ritardo tecnologico è destinato a rimanere ancora per molto tempo, dato che il dinamismo di internet consente alle varie piattaforme di mantenersi aggiornate con gli ultimi standard di compressione video (h265, per dirne uno), sempre più efficienti e con sempre maggiore qualità, sia d’immagine sia audio, il tutto senza che gli utenti finali debbano aggiornare i propri dispositivi, comprare decoder, cambiare televisori. Anzi, potenzialmente senza che nemmeno se ne accorgano.
Tutto questo mentre, nel frattempo, la televisione tradizionale si appresta al secondo cambio di decoder in meno di 10 anni: nel 2012 in Italia ci fu lo spegnimento del segnale analogico, mentre dalla fine del 2021 iniziano ad essere via via rimossi i canali del “vecchio” digitale terrestre. E qui l’utente finale eccome se se ne accorge: l’acquisto di nuovo hardware è obbligatorio, occorre risintonizzare tutto, talvolta anche riorientare le antenne sul tetto di casa... Tutte operazioni non banali, non gratuite e appesantite dal gran numero di rifiuti tecnologici assolutamente non necessari.
Qualcuno potrebbe obbiettare che “tanto un televisore nuovo ogni 10 anni lo compreresti comunque” e avrebbe ragione, ma quello che insisto nel dire è che qui non si sta parlando di evoluzione della tecnologia per rimanere al passo con le ultime novità: stiamo parlando di tappe obbligate, che cercano di uniformare tutti gli apparecchi e i sistemi di trasmissione a standard già obsoleti da anni. E che tutto questo sforzo non risolve il paradosso per il quale posso vedere meglio un ragazzino nella sua cameretta mentre gioca a Fortnite rispetto al festival di Sanremo, nonostante l’evidente disparità di fondi a disposizione.
Beh, ne riparleremo tra 10 anni, quando ci chiederanno di cambiare nuovamente decoder, magari perché il 6G farà capolino, affamato di nuove frequenze.