È sorprendente il numero di italiani che, di fatto, considera Gmail un sinonimo di eMail, o che comunque non si è mai interrogato sul significato del nome. Ed esattamente come già ho raccontato in un precedente articolo, anche in questo caso non si tratta solamente di volgarizzazione del marchio, c’è molto di più.
Ci sarebbe da fare un sondaggio, ma ho forti sospetti di quale potrebbe essere il risultato: quasi nessuno è realmente convinto che Gmail rappresenti lo standard delle email; ragionandoci è abbastanza ovvio che si tratta di uno dei tanti provider di posta elettronica, di una delle possibili marche. Insomma, non siamo di fronte ad un (de facto) monopolio, come lo è, invece, sempre Google nel campo dei motori di ricerca.
Ma istintivamente, sotto sotto, un po’ tutti diamo per scontato che Gmail sia effettivamente un po’ la base, la mail di default, quella da dare per scontato. Lo si capisce dal fatto che molti, quando devono dire la propria mail, si soffermano sullo username (la parte prima della chiocciola) e quasi non si sentono in dovere di specificare anche il dominio (la parte dopo la chiocciola), a meno che non si tratti di un dominio particolare, come se @gmail.com fosse in pratica ovvio.
E non hanno tutti i torti: a livello globale la mail di Google è utilizzata da oltre 1.8 miliardi di utenti, circa un quarto della popolazione mondiale, ed è indubbiamente il primo provider di posta elettronica in praticamente ogni Paese.
In Italia la situazione sembra ancora più sbilanciata: recentemente sono riuscito ad elaborare una statistica basata su poco più di 150 mila indirizzi e la presenza di Gmail è risultata superiore al 65% del totale del campione, praticamente 2 su 3, relegando tutti gli altri domini (Yahoo, Hotmail, Libero, iCloud...) a percentuali a singola cifra.
Quindi, ripeto, i dati sono schiaccianti. Quello che manca sarebbe solamente un sondaggio d’opinione, perché alla fine la percezione del pubblico è ciò che conta realmente. Ma, tornando al mio sospetto iniziale, probabilmente questo dominio incontrastato (scusate il gioco di parole) si riflette anche nella quotidianità e nelle abitudini dell’utenza.
Di volgarizzazione del marchio ne avevamo già parlato anni fa (vedasi “Conosci il marchio, evita il razzismo”, da NewsFromTheWeb n°3 - 2018) ed anche in questo caso il fenomeno è più interessante e più intricato di quanto sembri. A prima vista potremmo pensare che si tratti del classico caso di pubblicità gratuita e di prevalenza in un settore, quello web, in cui Google risulta la scelta preferita di quasi chiunque, anche grazie a questa assonanza nel nome (Gmail = eMail). Ed è vero, sia chiaro, c’è anche questo discorso da fare. Ma si tratta di un discorso già sentito, importante, certo, ma noioso.
No, ora faremo un piccolo passettino oltre ed andremo a riflettere su un altro effetto di questo meccanismo: affidarsi ad un’azienda invece di conoscere il funzionamento di un mezzo porta con sé numerosi pericoli. Sì, parlo proprio di pericoli, e a ragion veduta, tra poco capiremo perché. Diciamo che ci sono più livelli con cui si può affermare di conoscere come funzionano le mail: il livello 0, quello della nonna che ne ha solo sentito parlare al telegiornale e ritiene si tratti di magia o di segnali di fumo in questo caso non ci interessa. Certo, la signora anziana non conosce nulla, ma non le utilizza nemmeno e potremmo dire che è completamente immune al mondo digitale. C’è poi un livello base, quello della maggioranza: il significato del termine email è noto, come mandarne e riceverne una anche, e... basta. Questo è sufficiente. Nel mondo dell’informatica non serve essere esperti per usare un computer, i bambini smanettano con i tablet da quando hanno ancora l’età espressa in mesi: la magia sta nel fatto che tutte le cose complicate le fanno le macchine, dietro allo schermo, quasi istantaneamente e senza sforzo alcuno.
Ecco: chi si trova a questo livello può tranquillamente ricevere la newsletter di News From The Web, leggerla, rispondere con eventuali critiche o apprezzamenti e non sentirà mai la mancanza di altre funzioni. Può ricevere le comunicazioni della sua banca, le ricette mediche, i messaggi di amici e le offerte del supermercato o del parrucchiere del suo paese. Tutto perfetto, finché ogni partecipante a questo gioco agisce in buona fede e con correttezza. E non è sempre così. Leggiamo ogni giorno dei casi di Phishing, di mail fasulle, truffe e spam (per chi fosse interessato ad un approfondimento sulla questione, trovate tutto qui: “SPAM”, da NewsFromTheWeb n°25 - 2023) e ben più di una volta vi sarà capitato di chiedervi come sia possibile cascare in certi tranelli così palesi, mentre altre volte è capitato persino a me di chiedermi se sarei stato in grado di riconoscere il pericolo. Perché in alcuni casi queste mail malevole sono incredibilmente elaborate, ricche di informazioni personali, provenienti da un indirizzo che può sembrare perfettamente legittimo. Ma niente panico! A meno di non ricoprire ruoli chiave all’interno di grandi aziende (ed essere quindi potenziali vittime di attacchi mirati, denominati CEO Fraud), probabilmente la maggior parte delle mail contraffatte che riceveremo dovrebbe essere abbastanza facile da individuare: spesso direttamente l’indirizzo di provenienza è talmente ridicolo da non poter essere preso sul serio. Per dare un’idea, nel corso degli anni si sono viste cose del tipo facebook@fbnotification.com o addirittura paypalsupport@gmail.com.
Ok, ammetto che nel primo caso bisogna “sapere” che quello non è uno degli indirizzi ufficiali di Facebook, anche se in casi come questo basta sempre una rapida ricerca online per fugare ogni dubbio, ma nel secondo caso dovrebbe essere ovvio per chiunque. E la notizia è che non lo è, anzi: alcune persone cadono nell’errore di pensare che se l’indirizzo è, ad esempio, @Gmail dovrà in qualche modo essere qualcosa di ufficiale. Questo perché siamo abituati male, siamo abituati a dare la stessa importanza a ciò che viene prima della chiocciola rispetto alla parte dopo, sebbene ciò che sta davanti sia totalmente a discrezione di chi crea quella mail, mentre il dominio è fisso ed è stabilito da chi gestisce (o ha affittato) quel server di posta (che potrebbe comunque essere un signor nessuno, ma diciamo che è un po’ più complicato). Io stesso vi invio questi articoli da redazione.news.from.the.web@gmail.com, che è una delle cose più simili ad un indirizzo istituzionale che io potessi creare. Ma è gratuito, ci sono combinazioni praticamente illimitate e chiunque potrebbe fare lo stesso, con le migliori o le peggiori intenzioni.
Con questo, ripeto, non voglio dire che un dominio personalizzato sia una garanzia di qualità, di attenzione ce ne vuole sempre, ma almeno riconoscere che Gmail et similari non rappresentano uno standard o in alcun modo mettano al riparo dai problemi potrebbe essere un primo passo. Anche banalmente per distinguere un business serio da chi si improvvisa esperto e non lo è: io posso permettermi una mail del genere perché invio questo tipo di comunicazioni in modo informale e totalmente gratuito, ma se questa fosse un’azienda vi inviterei a diffidare di chi non ha almeno un piccolo dominio dedicato. E non è detto che le cose non cambieranno anche qui in redazione.
Ma c’è un’altra piccola lezione che possiamo trarre da questo fenomeno: su internet gli standard non esistono, o meglio, non sono quelli che ci immaginiamo, non sono legati ad un’azienda specifica e non sono immutabili. Quindi: mai abbassare la guardia, mai fidarsi di qualcosa che sembra familiare e soprattutto mai dare per scontato qualcosa che, pur sembrando semplice e ovvio, probabilmente non lo è.