Chi mi legge da qualche anno non sarà nuovo alle mie personali crociate pro-Telegram. Ne ho parlato in alcuni pezzi precedenti, a parenti e amici ho praticamente imposto l’obbligo di scaricare l’applicazione se vogliono comunicare con me e su WhatsApp ho raggiunto periodi anche di 4/5 mesi senza un accesso e senza controllarne i messaggi. Insomma, sono molto devoto alla causa.
Ma, nonostante Telegram abbia ormai conquistato le abitudini di quasi un miliardo di utilizzatori e nonostante le evidenti superiorità rispetto alla piattaforma di messaggistica di Zuckemberg, ancora oggi uno dei principali motivi per cui, soprattutto in Italia, sono ancora in molti a storcere il naso è la mancanza di fiducia. Chi non conosce come funzionano le cose spesso sa soltanto che il fondatore di Telegram è un ex cittadino russo e che siccome non è abituato ad un app che non conosce, allora non vuole averci a che fare perché signora mia non si sa mai.
Ci sarebbero tante di quelle obiezioni a frasi del genere e prove a favore di un maggior utilizzo di Telegram da poterci riempire un pezzo più lungo della mia invettiva nei confronti di Spotify, ma in questo caso mi limiterò a rispondere ad una delle più comuni, e decisamente legittime, critiche: ma loro, cosa ci guadagnano?
La risposta breve potrebbe semplicemente essere “lo fanno anche gli altri gne gne”, nel senso che pure WhatsApp è gratuito, così come sono gratuiti praticamente tutti i servizi di messaggistica, da Messenger a Signal, da Discord a qualsiasi nome abbia l’attuale servizio di Google che tutti chiamiamo ancora Hangouts (da “Google: una radical chic incompresa”, da NewsFromTheWeb n°11 - 2019). Quindi in realtà dovremmo essere abituati ad avere dei grandi e generosi benefattori che si preoccupano di far comunicare tra loro gli umani sulla Terra, senza chiedere nulla in cambio. Ma se, per qualche oscuro motivo, a WhatsApp al quale siamo abituati diamo una inspiegabile assoluzione, nei confronti degli altri servizi rimane una palpabile diffidenza che, come ho già detto, sarebbe anche legittima: questi servizi non solo non ha senso che vengano regalati perché viviamo in un mondo capitalista in cui ogni cosa è monetizzabile, ma anche semplicemente perché hanno dei costi da sostenere non trascurabili. L’affitto dei server, l’energia per farli funzionare e il personale che si occupi della manutenzione del codice (eh sì, c’è un lavorone costante dietro ad ogni programma o app, è come cercare di tenere in vita dei grossi macchinari complessi, anche se intangibili) costano milioni al mese. E da dove arrivano tutti ‘sti soldi se nessuno paga per entrare ed usare il servizio?
Fino allo scorso anno ci si doveva effettivamente fidare delle dichiarazioni di Pavel Durov e suo fratello, i fondatori della piattaforma, che sostanzialmente dichiaravano di ricevere qualche donazione e di metterci il resto di tasca propria. Discorso credibile se pensiamo che Durov è diventato miliardario nel 2014 quando ha venduto VK (quello che veniva definito il “Facebook russo”) e che quindi anche soltanto pagando personalmente i costi dell’infrastruttura sarebbe stato in grado di mantenere in funzione Telegram per centinaia di anni. Discorso un po’ meno credibile se pensiamo che, per quanto si professi un paladino della libertà e che per questo sia scappato dalla Russia più o meno in quegli stessi anni, difficilmente Durov sarebbe diventato povero pur di portare avanti un progetto di questa portata, specialmente ora che gli utenti sono quasi decuplicati rispetto soltanto a quando ho iniziato a scrivere News From The Web.
Ed è forse proprio per questo motivo che da poco più di un anno esiste Telegram Premium, un servizio in abbonamento che permette di sbloccare alcune funzioni esclusive, a fronte di una cifra mensile molto contenuta. La cosa bella è che il servizio non è per nulla necessario e tutte le funzioni a cui eravamo abituati sono e rimarranno disponibili agli utenti gratuiti: i clienti paganti avranno solamente funzioni (principalmente estetiche, come ad esempio delle emoji esclusive) in più, utili a distinguersi, ma decisamente non fondamentali. E la cosa ancora più bella è che questo modello Freemium (per tutti Free, per alcuni Premium), se ben implementato come in questo caso, offre anche la garanzia che le entrate siano trasparenti e legittime. In questo modo, infatti, risulta più credibile che una piattaforma come questa si mantenga grazie agli abbonamenti di chi decide di pagare: occhio, questo non mette al riparo dal fatto che i colossi informatici effettuino profilazione, vendano i nostri dati o si approfittino di ogni stratagemma possibile pur di spremere qualche altro dollaro dalle pecore che brucano il loro prato, ma diciamo che chi è finanziariamente stabile è meno disperato e meno incline a ricorrere a forme di monetizzazione moralmente o legalmente discutibili. Insomma, il vecchio detto “se è gratis, il prodotto sei tu” rimane ancor più valido in quest’era digitale in cui ci troviamo ed è per questo che ci tocca addirittura ringraziare le piattaforme che riescono a sostenersi grazie ad abbonamenti non vincolanti, come in questo caso.
E a questo punto possiamo ribaltare la domanda: WhatsApp rimane gratis perché Zuckemberg è ricco e magnanimo? Meditate, gente, meditate.